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LOCARNO. È nella tradizione orale che affonda le sue radici in un immaginario perso nella notte dei tempi, in cui spiritualità e credenze pagane si mescolano in maniera inscindibile, che si immerge Giovanni Columbu, regista di Surbiles, film presentato nella sezione Signs of Life del Festival di Locarno.

Il titolo evoca le sue protagoniste:
creature femminili molto simili ai vampiri che da sempre appartengono alla fantasia popolare della Sardegna. Creature temute, ma anche rispettate. Entità che possono essere puro spirito o diventare fumo, vento, acqua o animale. Nello stesso modo possono vivere all’interno di un individuo portandolo ad un processo inconsapevole di sdoppiamento. Sulle loro tracce si muove un documentario che parte dalle testimonianze di chi potrebbe ancora raccontare chi sono e come si muovono – ma chissà se per superstizione, paura o vergogna non lo fa fino in fondo - e si trasforma progressivamente in un racconto fantastico in grado di dare forma a questo immaginario lontano all’interno di uno scenario di sogno. “Ho cominciato a raccogliere i racconti sulle surbiles circa trent’anni fa perché volevo fare un film sui sogni - spiega Columbu - ma relativamente a quel progetto i sogni che avevano per protagoniste le surbiles mi interessavano poco. Raccoglierli però mi ha fatto venire voglia, a distanza di tempo, di approfondire l’argomento. Essendo sardo, queste leggende fanno parte anche della mia cultura, sono le storie che si raccontavano le sere d’inverno davanti al fuoco. In passato queste credenze popolari sono state fondamentali perché hanno anche cercato di spiegare gli eventi più inaccettabili e dolorosi che accadevano all’interno della comunità, come ad esempio la morte dei neonati. Un tempo infatti la mortalità infantile era elevatissima, e viene naturale oggi pensare che la surbile non fosse altro che una costruzione fantastica su cui trasferire la responsabilità delle madri per questi decessi improvvisi e inspiegabili”.

Un’interpretazione che anche a livello psicologico appare strettamente legata al tema del doppio di cui Columbu infatti dice: “quello della duplice  natura umana è un aspetto che mi interessa molto, da sempre. Anche in Su Re, il mio film sulla passione di Cristo, ho cercato di approfondire questa dicotomia: da una parte la natura umana di Gesù, dall’altra quella divina. In Surbiles, il doppio è ciò che non si può mostrare, che non si può dire, spesso il male che si annida in noi in maniera del tutto inconsapevole. Proprio per questo motivo delle surbiles l’uomo ha paura ma non le condanna, c’è piuttosto un sentimento di compatimento perché sono anime che non trovano pace e si fanno carico delle colpe della comunità. Per via della loro doppia natura questi esseri sono assimilabili ai vampiri, vivono lo stesso conflitto, perennemente scissi fra il mostro in cui il destino li ha trasformati e la nostalgia che sentono per l’amore e quindi per la vita… Uno scontro che non conosce tregue o soluzioni e che al cinema è stato magistralmente rappresentato in uno dei film più belli che siano mai stati realizzati sui vampiri: Nosferatu, il principe della notte, di Werner Herzog, dove nel finale il mostro muore proprio perché non può più rinunciare all’amore e pur di viverlo accetta di sacrificare tutto, il suo fine politico e la sua stessa vita”.


Come per il film precedente anche qui le storie prendono forma in una Sardegna di cui Columbu sa sfruttare pienamente il paesaggio. Quando si parla di paesaggio dobbiamo ricordare che per Columbu esso è composto sia dagli elementi della natura sia dalla presenza umana; in questo caso anche dagli spiriti che trovano ospitalità in luoghi bui e disabitati dove, tra i ruderi, il regista immagina di vederli apparire. Il racconto si fa quindi fantastico, imbevuto di suggestioni oniriche e permette alle surbiles di mostrarsi. Diverse sono le storie messe in scena; Fra queste alcune sono particolarmente rappresentative del modo di interagire di queste presenze, come quella che ci mostra una surbile che tenta di entrare in una casa parlando con degli oggetti, e quella in cui un’altra si cosparge di un unguento magico per raggiungere più velocemente un neonato, fino ad arrivare a delle vere e proprie lotte fra creature magiche. Queste visioni si intrecciano con le testimonianze delle persone reali incontrate dal regista, dando vita ad una narrazione costantemente sospesa tra cinema del reale e documentario antropologico. “Ho volutamente mescolato mondo reale e mondo fantastico perché questi miti, queste fiabe nere hanno, come si diceva, molto a che fare con la realtà e non presuppongono una separazione così netta fra la vita reale e quella spirituale. Per cercare di rendere più verosimile possibile questo racconto, gli interpreti sono stati fondamentali: più che lavorare sulla loro preparazione, ancora una volta mi sono affidato alla loro impreparazione, per tentare di coglierli nella loro spontaneità, nel loro essere solo parzialmente consapevoli di quello che stavano facendo ed esprimendo”.

Prodotto Dall’Istituto Luce Cinecittà, che cura anche la distribuzione, con Luches srl, Surbiles uscirà nelle sale italiane in autunno.

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