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VENEZIA - Racconta l’incredibile storia dello chef Vikas Khanna il documentario Buried Seeds di Andrei Severny, proiettato in una serata speciale alla Villa degli Autori durante il Festival di Venezia. Un film che racconta il viaggio di un immigrato, di tutti gli immigrati, in lotta per realizzare il proprio sogno. Un lieto fine che sa un po’ di celebrazione del sogno americano, ma che mostra anche come resilienza e capacità di perseguire caparbiamente le proprie passioni possano essere armi vincenti. Un viaggio attraverso la disabilità, la povertà e la discriminazione, in un percorso che è quello dei tanti che ogni giorno vedono nell’America il posto in cui dar vita a un futuro diverso. Una storia che è anche quella del regista, che vive negli Stati Uniti ma è di origini russe e negli anni ha visto il suo paese collassare e trasformarsi fino a togliere ogni libertà: “New York è fatta di tante storie come quella di Vikas o la mia, è un magnete che attrae le energie creative da tutto il mondo, dove si va per creare o trarre ispirazione. Le passioni che sono dietro a queste vite sono la grandezza della città. Credo che questo sia un momento storico in cui è importante parlare di queste storie, proprio mentre in America la questione dell’immigrazione è messa in discussione e i media sono pieni di storie di sfiducia e di odio tra nazioni, nazionalità e gruppi sociali”.

Oggi vera star televisiva, insignito della prestigiosa stella Michelin e considerato uno dei migliori cuochi indiani, la vita di Vikas Khanna non è certo iniziata in discesa. Nato ad Amritsar, una città nel nord dell'India al confine con il Pakistan, con una malformazione ai piedi, ha dovuto subito imparare a lottare contro il mondo per restare in piedi. Nella cucina della nonna che gli insegna a cucinare ha trovato rifugio, mentre le cucine del tempio dorato dello Sikh di Amritsar, dove migliaia di persone vengono alimentate gratuitamente, gli offrono una lezione di altruismo che sfrutterà poi nella vita. Nel 1984, ancora piccolo, è testimone del primo evento forte della sua esistenza: il massacro di Sikh, una vera carneficina dove oltre tremila persone oggetto di incredibili violenze vennero uccise, e lo stesso tempio d’oro venne distrutto. Anni più tardi di ritrova immigrato a New York, dove prova a dar vita al proprio sogno di diventare uno chef. Non ha niente se non la sua passione per i fornelli e si arrabatta cercando di trovare la sua strada. Al lavoro in un ristorante vicino alle torri gemelle, durante l'11 settembre aiuta a servire cibo gratuito in strada per salvare le squadre e le vittime. Negli anni riesce ad affermarsi come uno dei migliori chef indiani nella città, finché la vera svolta arriva quando lo chef britannico Gordon Ramsay, venuto a conoscenza della sua storia, lo invita ad un episodio in prima serata del suo spettacolo televisivo di cucina. Da quel momento la sua vita cambia radicalmente e, come nel migliore dei sogni americani, riesce ad aprire il suo ristorante e ricevere l’agognata stella Michelin.

 “Provano a seppellirci ma dimenticano che siamo semi”, recita il poema greco di Dinos Christianopoulos da cui trae ispirazione il titolo del documentario che il regista si augura diventi d’ispirazione per tutti: “Spero che questo film spinga gli spettatori a guardare le proprie vite e propri sogni in una nuova luce, a non arrendersi di fronte alle avversità, ad agire, a portare avanti la propria passione. I semi sono dentro ciascuno di noi e, nonostante la distruzione, anzi proprio attraverso la sofferenza, cresceranno forti”. 

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