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VENEZIA – In pochi ci credevano, in molti ci speravano. Guillermo Del Toro è il Leone d’oro di questa Venezia 74. Il suo The Shape of Water ha conquistato la giuria che per la prima volta premia un film fantasy, storia d’amore tra una ragazza muta e un tritone venuto dalle profondità dell’Oceano. Ma non si tratta di un film disimpegnato. Anzi. E’ una parabola contro il razzismo e a favore dell’accettazione del diverso: “Credo che raccontare con lo strumento del mito – dice il regista messicano in conferenza – aiuti a distaccarsi dal ‘qui e ora’ e proiettarsi verso le tematiche in maniera più universale. La parabola è la forma più antica di disamina delle idee. Alcune radici sono comuni ai miti messicani, a quelli mesopotamici, a quelli australiani e alle fiabe di Perrault. E’ importante sapere che anche la mia voce viene compresa e ascoltata. Ogni tipo di cinema fatto con passione e intelligenza può essere valido. Faccio il regista da 25 anni e vi assicuro che una carriera non è una traiettoria ma un incidente in slow motion. Si sale, si scende, si cade, ma non ho mai cambiato. Non ho mai pensato a come fare per vincere un premio o l’altro. Se faccio un film è per un atto di amore e creazione, cerco solo di fare il massimo che posso. E cerco di rischiare, portando in ogni nuovo film qualcosa che non avevo mai inserito nei precedenti”. E lo dice, si capisce, anche in relazione a una possibile candidatura agli Oscar, che non presero in considerazione l’acclamato Il labirinto del Fauno.

E ancora, sulla sua ‘messicanità’ (che condivide con Bunuel, premiato nel ’69 con Bella di giorno): “Fa parte di me, è importantissima. Sono messicano nella testa, nella pancia e nelle palle. Io sono a favore dell’incontro, ma anche dell’imperfezione. L’imperfezione è il bello dell’umanità e i mostri sono imperfetti. Ma le peggiori ideologie – chiaro il riferimento a Trump e al suo ‘muro’ – imboccano sempre parole che sembrano altruiste: purezza, terra madre, onore. Bisogna stare molto attenti. Quanto a Bunuel, è il mio regista preferito insieme ad Hitchcock, mi piacerebbe molto che questa coincidenza significasse qualcosa".

E’ andata bene anche per l’Italia, che ha visto premiare Susanna Nicchiarelli e il suo Nico 1988, sull’icona di Andy Warhol e cantante dei Velvet Underground, nella sezione Orizzonti: “Un film italiano – dice la regista – perché sono italiana io e una parte di racconto è ambientata in Italia. Inoltre è un film prodotto a maggioranza italiana. Però lo considero anche europeo: parla di una donna tedesca che vive in Inghilterra e fa un tour europeo nell’anno precedente alla caduta del muro. Racconta la nostra storia e penso che per questo ci si possa identificare molto”.

Sui social qualcuno ha fatto notare che i vincitori della sezione Orizzonti e Opera Prima sono rispettivamente italiana e francese (Xavier Legrand per Jusqu'à la garde) come i rispettivi presidenti di giuria. Volendo, anche Del Toro, pur essendo messicano, lavora molto negli USA come Annette Bening. Si dice anche che ci sia stata qualche difficoltà per quanto riguarda Orizzonti, tanto da richiedere l’intervento del direttore Barbera. Ma, spiega Gianni Amelio, presidente di giuria di questo secondo concorso, “era solo un problema tecnico, non capivamo il regolamento. Noi pensavamo di dover dare due premi al miglior cortometraggio, uno dei quali sarebbe stato automaticamente segnalato per i premi EFA. Ci siamo chiesti se non ci fossero due premi, uno rivolto all’Europa e un altro al mondo. Ma il direttore ci ha spiegato che qualora il cortometraggio vincitore fosse stato europeo non c’era necessità di nominarne un altro. Tra l’altro, la visita del direttore a una giuria è una prassi abbastanza comune anche a Cannes”. Invece il presidente di giuria del premio Opera Prima Benoit Jacquot è stato molto tranchant: “Anch’io avrei preferito non premiare un film francese, ma il migliore era francese, e lo sono anch’io, mi dispiace”.

Italiano anche Andrea Pallaoro, regista di Hannah che è valso a Charlotte Rampling la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Jasmine Trinca, giurata italiana della giuria principale, ha detto: “Charlotte è una meraviglia e su questo non ci sono state discussioni. In particolare in questo momento non si giudica certo un film per l’appartenenza al proprio paese, il cinema è un linguaggio universale. E questa è una Mostra Internazionale. Da attrice, poi, nemmeno posso esprimere la mia gratitudine di fronte a tanta maestria”.  

“I premi incoraggiano ad andare avanti – ha detto Rampling – è un modo per essere competitivi e sapere che un gruppo di persone competenti ha votato per il film a cui ho lavorato non può che essere un incentivo. Inoltre – ha risposto, interrogata sulla questione – amo l’Italia e mi piacerebbe se registi importanti come Sorrentino, Virzì o Garrone mi chiamassero, ma spetta a loro decidere. Io aspetto e basta, non ho mai chiesto a nessuno di fare qualcosa con me”.

Ad ogni modo, la presidente di giuria del concorso Annette Bening comunica l’immagine di una squadra serena e tutto sommato coesa: ''Abbiamo discusso di tutti i film a lungo e più ne vedevamo più desideravamo parlarne, ma è sempre stata una discussione aperta, addirittura gioiosa. E’ stato difficile escludere grandi documentari come Human Flow ed Ex Libris, ma semplicemente non si può dare un premio a tutti”. Non ha voluto dire invece se il Leone sia stato deciso all’unanimità.

Il Premio Mastroianni a un giovane attore emergente è andato a Charlie Plummer per la sua interpretazione in Lean on Pete: “Sapere a chi è intitolato il premio – dice – mi emoziona e mi carica di responsabilità, soprattutto considerando i grandi registi con cui ha lavorato Mastroianni”. Allo stesso tavolo dei premiati sono seduti l’israeliano Samuel Maoz per il film Foxtrot, e l’attore palestinese Kamel El Basha, interprete di The Insult. “Spero che questo possa essere utile a creare dialogo – dice il primo – almeno la gente ne parlerà”. “Personalmente – dice il secondo – non penso in questi termini. Faccio arte, non mi sostituisco agli stupidi politici”. Forse un po’ deluso Martin McDonagh, regista irlandese di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri che molti davano per vincitore, e si è dovuto ‘accontentare’ del Premio per la sceneggiatura. “In effetti è un film molto scritto – dice il regista – ho un background teatrale e uso i dialoghi per portare avanti la storia, li ritengo una delle cose più importanti di un film”.  

Sempre in tema di identità culturale parla il regista Warwick Thornton, vincitore del Premio Speciale della Giuria e autore di Sweet Country, che racconta una pagina poco conosciuta di storia australiana: “parte della storia degli indigeni non è conosciuta – dice – e trovo importante che invece queste vicende siano raccontate, non solo in Australia ma tutto il mondo”.

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VENEZIA 74

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