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VENEZIA - Virtual Reality, una scommessa al buio vinta dalla Biennale, per Alberto Barbera e Paolo Baratta. "Non potevamo sapere quanti film ci sarebbero stati proposti, né quale sarebbe stato il livello qualitativo e neppure come sarebbero stati presi dalla critica", spiega il direttore della Mostra, incontrando i giornalisti all'indomani del palmarès. E poi c'è il fattore costi, tutt'altro che secondario. "La spesa è stata sostanziosa, abbiamo creato un ambiente ad hoc, abbiamo impiegato un numero elevato di addetti", chiarisce il direttore. Il Lazzaretto vecchio è stato riadattato all'uopo e ha attirato almeno 4.500 persone con le postazioni sempre affollate. "Ci sarà una seconda edizione di questo nuovo concorso, adesso dobbiamo trovare il modo di renderlo più accessibile - dice Baratta - e racconta sorridendo della battuta di John Landis, presidente della giuria di questa sezione - 'la cosa più virtuale qui è la toilette'. Ci sarà un investimento per adattare il Lazzaretto in modo permanente, perché quest'anno le attrezzature era in noleggio, ma ne vale la pena, la foto dell'isola è uscita su tutti i giornali del mondo, abbiamo recuperato un edificio storico e anche le altre sezioni della Biennale, Architettura, Teatro e Arte, potranno fruirne".

E Baratta sottolinea anche la connessione tra Mostra del cinema e Biennale Arte. "Mai come quest'anno attori, registi, giurati, giornalisti italiani e stranieri sono andati in visita alla Biennale. Tra loro Annette Bening, Jennifer Lawrence con Darren Aronofsky, John Landis, il musicista Sakamoto e tutti i giurati delle varie sezioni".

Positivo anche il bilancio complessivo della 74esima Mostra. +14% biglietti venduti, 150mila spettatori in sala che arrivano a 200mila con gli accreditati, 45mila biglietti venduti, 74mila tra accrediti e abbonamenti, boom di contatti sul sito e sui social con 5 milioni di persone sulle piattaforme del festival.

E per una volta non ci sono troppi scontenti sui premi al netto delle passioni e insoddisfazioni personali. "E' stata una selezione più apprezzata del solito - riflette Barbera - con pochi film giudicati di livello meno che alto. Il verdetto è stato accolto in maniera positiva, non dobbiamo affrontare le solite polemiche sulla distanza tra il festival e il pubblico. The Shape of Water è un film che vedranno tutti. Questo consenso è un riconoscimento a un'idea di selezione. Il che non vuol dire che se vince un film filippino c'è da recriminare, ma in questo caso il consenso fa bene a tutto il cinema in un momento di difficoltà per le sale".

La giuria di Annette Bening non è stata unanime. "E' stato un verdetto di larghissima maggioranza - chiarisce Barbera - e non ci sono stati conflitti. Piuttosto c'è stato l'imbarazzo di dover scegliere tra tanti film belli. Le giurie hanno dovuto lasciar fuori alcune opere, facendo delle scelte anche dolorose". C'è stato qualche film importante completamente ignorato, da Schrader a Kechiche, da Wiseman a Virzì. "Quasi tutti i film sono stati presi in considerazione: c'erano 21 titoli in concorso e solo 8 premi da dare di cui tre agli attori".

Anche Ammore e malavita dei Manetti Bros è piaciuto. "Con i selezionatori eravamo convinti che gli italiani lo avrebbero capito, c'era qualche dubbio sugli stranieri, invece è arrivato a tutti". Qualche rimpianto? "Mi dispiace che siano rimasti fuori dai premi un paio di titoli che a me piacevano moltissimo ma non vi dirò quali", sorride Barbera.

L'Oscar alla carriera a Donald Sutherland, arrivato alla vigilia dei premi, ha cambiato le carte in tavola? "Sarebbe bello pensare che l'accoglienza di Venezia abbia influito sulle decisioni dell'Academy, ma mi sembra strano anche perché non ci sarebbero i tempi tecnici, sono decisioni che richiedono tempo. Comunque l'Oscar alla carriera non ha influenzato la giuria".  

E da domani, la Mostra continua con le repliche previste in varie città italiane (Milano, Roma, Napoli, il Veneto) e anche all'estero a Mosca, in Corea e in Brasile. 

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