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Dall’America fino ai vicoli di Napoli attraverso l’opera di Elena Ferrante, i luoghi dei suoi romanzi e lo sguardo di grandi personaggi e testimoni d’eccezione. Alla ricerca non tanto dell’identità della scrittrice che pur mantenendo il sostanziale anonimato ha ottenuto un grande successo in Italia e negli USA – tradotta da Ann Goldstein – tanto da venire inserita dal settimanale ‘Time’ tra le 100 persone più influenti del mondo, ma del motivo di questo successo e della ‘magia’ del patto con il pubblico, che dalle sue parole resta talmente incantato da non chiedere altro, né interviste, né un volto, né un vero nome. Questo è Ferrante Fever, documentario-evento (sarà in sala solo nei giorni del 2, 3 e 4 ottobre in 120 copie con QMI, e poi su Sky Arte) diretto da Giacomo Durzi che lo ha ideato insieme a Laura Buffoni. Anna Bonaiuto, protagonista de L’amore molesto di Mario Martone, tratto dal primo romanzo della misteriosa autrice, legge i testi de ‘La Frantumaglia’, opera dove la scrittrice risponde a non poche delle domande che le hanno posto i suoi lettori.

“Il mio interesse – dichiara il regista - nasce dalla passione travolgente per i libri della Ferrante e dal desiderio di esplorarne l'opera narrativa nella sua complessità. Una produzione che sfiora temi di grande rilevanza, non ultimo il significato della scelta dell'anonimato che ha portato a un dibattito culturale mai registrato prima. Il tentativo è quello di suscitare riflessioni sulle particolari ragioni del successo della Ferrante, non lasciandosi sedurre dalla provocazione di realizzare un documento “pettegolo” sull'identità sconosciuta né di farne un'inchiesta che si esaurisca nel svelarne “evidenze documentali”.

La sfida è quella di raccontare una storia che forse non vorrebbe essere raccontata”. “Il film è bilanciato sulla ‘Fever’ – spiega Buffoni, autrice, tra l’altro, di un articolo di successo su ‘L’internazionale’ dal titolo ‘Elena Ferrante sono io’ – certo è stata una tentazione quella di impostare il doc come un’inchiesta di ‘caccia all’autore’ ma ci avrebbe creato solo difficoltà e in fondo non era quello che volevamo. Non abbiamo mai avuto contatti con l’autrice se non in un momento, in cui le abbiamo scritto una lunga lettera. Non ci ha mai risposto, ma ci ha fatto sapere tramite gli editori che l’aveva letta e apprezzata, così come ha apprezzato il film”. “In Italia – continua il regista – c’è una tendenza un po’ patetica a indicare cosa non funziona in un successo quando c’è, piuttosto che ad applaudirlo. Enzo Ferrari lo diceva: in Italia si perdona tutto, tranne il successo. Abbiamo preferito indagare su questo, rappresentando la sfuggevolezza dell’autrice con una tecnica di animazione che permettesse di non mostrarne il volto”.

Interviene anche Anna Bonaiuto: “Le opere di Elena Ferrante sono intrise di grandezza morale, anche nel rapporto tra donne sviscerato in maniera complessa, ma si tratta anche di racconti sul tormento della scrittura, dello stile. E’ un problema di tutti gli artisti. A chi mi ispiro? Se mi ispiro a qualcuno, mi sminuisco? E’ più importante ciò che scrivo o la raffinatezza con cui lo faccio? Voglio arrivare a tante persone, o essere uno scrittore di nicchia?”.


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