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Attesissimo dal pubblico, osannato dalla critica, successo al botteghino. Arriva anche in Italia, sebbene con un bel po’ di ritardo – in America è uscito l’8 settembre – la prima trasposizione cinematografica di IT, il seminale romanzo horror scritto da Stephen King e pubblicato nel 1986. Il soggetto è cosa nota: un’entità malvagia capace di mutare forma – tra le sue preferite, ma non l’unica, quella del pagliaccio assassino Pennywise – si manifesta ogni 27 anni nella cittadina di Derry, nel Maine, infestandola e in qualche modo ‘possedendola’ in toto. Il suo scopo: fare del male, e nutrirsi. Di bambini, per lo più, che ‘insaporisce’ con l’aroma della paura, essendo in grado di incarnare quelle più profonde, recondite e remote di ciascuno di noi. Non solo mostri e lupi mannari, ma genitori inadempienti, violenti, soffocanti, la paura del fallimento e del passaggio all’età adulta, la solitudine, la sopraffazione del bullismo, il terrore di restare per sempre confinati nella periferica e arida realtà della provincia americana. Un gruppo di bambini, detti ‘I perdenti’, affronta il mostro e apparentemente lo uccide. Ma quando sono ormai cresciuti, adulti e lontani l’uno dall’altro, diventati quasi tutti persone di successo – un metodo che usa IT per tenerli separati, dato che la loro unione gli è nociva – la creatura torna, più affamata e spietata che mai.

Il libro affrontava il tutto con grande eleganza, il percorso era quello del rito iniziatico. Superare la paura per usarla come elemento culturale. Non si trattava solo di immagini spaventose, ma dell'inquietudine di fondo suscitata dalla consapevolezza di essere parte di un complesso ancestrale, fondato sul sesso, sulla morte - e rinascita, sotto forma diversa - e sul sangue. IT è un mutaforma, ma lo sono anche i bambini che lo affrontano, collocati nell'età in cui cambiano i loro corpi, le loro pulsioni, le loro prospettive, soprattutto verso il mondo dei grandi. Ovvero verso la forma che stanno per assumere. 

I piani temporali si intersecavano (la parte in cui i Perdenti sono bambini, gli anni ’60, risultava così uno specchio, costantemente posto davanti al loro io adulto, che a fatica ricorda gli anni atroci dell'adolescenza, e a fatica riesce a sopportarne il peso). Non c’era un vero unico protagonista, ma ben sette, inoltre, tutti quanto di più lontano possibile dal concetto di eroe. I temi trattati erano scabrosi, King non si risparmiava su nulla: violenze domestiche e orge rituali, minorenni comprese. In sostanza, il libro aveva tutte le caratteristiche di un potenziale flop. Ma fu invece un best-seller perché mai, nemmeno per un attimo, lo scrittore si discostava dalla ‘realtà’, pur infarcendola di immagini da incubo. Era realistico lo stile. Erano realistiche le reazioni dei personaggi. Era realistico il loro tormento interiore. Era realistico l’affresco sociale. Una sorta di ‘realismo magico’, o meglio sarebbe definirlo ‘realismo orrifico’ in cui tutti si riconobbero, in tutto il mondo.

Negli anni ’90 uscì una miniserie televisiva in due puntate. Il regista era Tommy Lee Wallace, specializzato in sequel di horror di successo come Halloween III e Ammazzavampiri 2. Nei panni del terrificante pagliaccio un istrionico Tim Curry, abituato al cerone dai tempi del Rocky Horror, che molti ricordano ancora per la straordinaria performance. Per il resto, la mini, se da un lato riuscì ad aprire la chiave d’accesso al mondo kinghiano per coloro che ancora non conoscevano il romanzo, dall’altro deluse di molto le aspettative dei lettori ‘storici’, nonostante i buoni dati d'ascolto e di vendita di tutte le successive edizioni in VHS. I piani narrativi erano separati per semplificare la visione – bambini nella prima parte, adulti nella seconda – i contenuti impoveriti, mancava tutta la parte ‘mistica’ (che identificava IT come essere millenario in perenne scontro con la 'Tartaruga', la sua controparte benefica), naturalmente le scene di violenza erano edulcorate e naturalmente non c’era alcun accenno al sesso.

Naturale dunque che si aspettasse l’arrivo di questa pellicola – divisa in due parti esattamente come la miniserie – un po’ come i fan di Tolkien aspettavano Il signore degli Anelli di Peter Jackson nel 2001, preannunciandosi una versione finalmente accurata e fedele di un romanzo molto amato. Inizialmente affidato a Cary Fukunaga – conosciuto soprattutto come show runner di True Detective – dopo vari stop n’ go il progetto passa nelle mani di Andres Muschietti, regista argentino che si era fatto notare soprattutto per La madre, efficace girandola di spaventi tutti costruiti sulla ‘sorpresa’ dello spettatore, insomma il classico film ‘da salto sulla sedia’.

Ed è questo il maggior limite e al contempo l’arma più forte di questo nuovo IT: fa paura, è ben girato, ben montato, ha un buon ritmo, una fotografia interessante, e non lesina in violenza grafica, ma usa per atterrire il metodo più 'facile', con un armamentario costituito da trucchi sempre incisivi, e sempre altrettanto prevedibili, dal mostro che appare all’improvviso con tanto di suono fastidioso in sottofondo, o corre forsennatamente verso lo spettatore, agitando la testa a velocità aumentata mentre il corpo resta fermo. Spaventa, sì, ma non inquieta mai, e già questo lo allontana dalla portata introspettiva della fonte letteraria d’origine. Per il resto, dal punto di vista contenutistico, il film non aggiunge molto a quanto visto nella mini, di cui si presenta quasi come un remake. Non ci sono orge né molestie sessuali – nessuno si aspettava di vederle in scena, ma qualche accenno era possibile, come ha dimostrato Guillermo Del Toro vincendo il Leone d’oro a Venezia con istanze altrettanto disturbanti, e del resto, pare che lo script di Fukunaga le comprendesse e che proprio per questo motivo il regista sia stato allontanato – ma soprattutto non c’è molto di mistico. La presenza della Tartaruga viene relegata a un cameo - ai lettori il piacere di scoprire quale - e forse una piccola concessione viene fatta all'ipotesi extraterrestre sull'origine del mostro, presente nel romanzo, che per il resto viene abbattuto a bastonate, senza alcun rituale preparatorio di sorta, banalizzando di molto il senso dell’unione magica che intercorre tra i perdenti. Addio ‘realismo orrifico’, insomma.

C’è da dire che siamo ancora alla prima parte, e non sappiamo cosa il sequel abbia in serbo per noi (uscirà nel 2019). Anche in questo caso, comunque, la trama è nettamente divisa. Il film che abbiamo a oggi si ferma all’infanzia dei protagonisti, trasposta negli anni ’80 anche per cavalcare l’onda di un certo afflato nostalgico che ha decretato il successo di prodotti come la serie Netflix Stranger Things, che paradossalmente contava proprio IT (il romanzo) tra le sue molteplici forme di ispirazione.

Non che la zuppa, nel suo complesso, non funzioni. Come horror resta comunque estremamente efficace, è divertente lasciarsi spaventare dalle molteplici incarnazioni del Demonio – tra cui si conta anche una figura oblunga che ricorda un Modigliani, chiaro riferimento proprio a La Madre. Forse un po’ presto per autocitarsi – e il successo di pubblico è innegabile: al 9 ottobre il film ha incassato 604.043.478 dollari, di cui 305.243.478 solo in Nord America, diventando in assoluto l’horror di maggior successo al botteghino e surclassando L’Esorcista. Merito anche dell’ottima prova attoriale del cast e in particolare di Bill Skarsgård che, dietro la maschera di Pennywise, a cui spesso si aggiunge parecchia effettistica digitale, sceglie un approccio meno istrionico ma più inquietante di quello di Curry, risultando pienamente convincente. Altro elemento da segnalare è Finn Wolfhard, proveniente proprio da Stranger Things.

A Muschietti, che nel frattempo, pur avendo preso tutte queste precauzioni, si è sorbito ogni genere di polemica – tra cui una derivante dall’Associazione dei clown professionisti indignati per la pessima immagine che il film rende della figura del pagliaccio – va un applauso di incoraggiamento, per aver riportato l’horror in sala trovando una formula che piace al grande pubblico. Perfino il maestro King, di solito restio a complimenti nei confronti dei film tratti dalle sue opere, ha dato il suo benestare: "Avevo delle speranze - ha detto - ma non ero comunque pronto a vedere qualcosa di così buono. E' allo stesso tempo diverso e molto accurato, il pubblico saprà relazionarsi. Ameranno tutti i personaggi, per me IT sono i suoi personaggi. Se ti conquistano, se ti interessano, la paura funziona meglio. Penso che i fan lo adoreranno, io ho voluto vederlo anche una seconda volta!". Ci fa piacere, senz'altro. Ma se è vero che, una volta scritta, l’opera è del lettore, è lecito ancora sperare in un po’ di coraggio e profondità nel sequel che arriverà.

Nel frattempo, dal 19 ottobre, è aperto il circo: avanti i pagliacci. 

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