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MAR DEL PLATA - Arriva anche in Argentina, prima al Festival di Mar del Plata e poi in sala, dal 7 dicembre, Sicilian Ghost Story, il film di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia che, dopo il debutto a Cannes come titolo di apertura della Semaine de la Critique, ha trovato distribuzione praticamente in tutto il mondo: sono ben 35 i territori che l'hanno acquistato (Match Factory cura le vendite estere) e tra questi la Cina e l'Australia, i paesi nordici e il Brasile, la Francia e Hong Kong. Ma il percorso di questa agghiacciante favola nera ispirata al tragico rapimento del tredicenne Giuseppe Di Matteo e al racconto di Marco Mancassola Il cavaliere bianco, continua anche in Italia, perché il film sarà programmato, fino alla primavera inoltrata, in moltissime scuole in tutta la penisola con matinée accompagnate, dove possibile, anche dagli autori o dai giovanissimi interpreti.

Il tour è partito, simbolicamente, proprio da San Giuseppe Jato, teatro di questa vicenda di inaudita ferocia. In amara coincidenza con la morte di Totò Riina, evento mediaticamente forte e rimbalzato molto anche sui social (dove non pochi hanno voluto ricordare proprio la vicenda di Giuseppe), lunedì scorso, il 20 novembre, ci sono state due proiezioni rivolte agli studenti: una presso l’Istituto Comprensivo Statale Riccobono di San Giuseppe Jato e una presso l’Istituto Comprensivo di San Cipirello, e i ragazzi hanno poi visitato il Giardino della memoria, sorto attorno all'ultima prigione del piccolo Giuseppe, il bunker sotterraneo dove la sua vicenda è arrivata all'atroce epilogo l'11 gennaio del '96: venne strangolato quando pesava ormai solo 30 chili, debilitato dai 779 giorni di prigionia, e fu sciolto nell'acido. San Giuseppe Jato è il paese di Giovanni Brusca, il boss di Cosa Nostra responsabile del sequestro - come rappresaglia contro il padre di Giuseppe, collaboratore di giustizia - e di un'uccisione invisa in qualche caso persino agli stessi mafiosi. Per Fabio Grassadonia e Antonio Piazza “Sicilian Ghost Story è un atto d'amore per Giuseppe Di Matteo e di speranza per le giovani generazioni perché solo da loro può sorgere la possibilità di recuperare l'umanità perduta”.

Mentre Antonio Piazza era in Sicilia, con gli interpreti Julia Jedlikowska, Gaetano Fernandez e Filippo Luna, Fabio Grassadonia si trovava a Mar del Plata, applauditissimo dal pubblico del festival. "Sono felice di presentare il film in Argentina, il paese più italiano del mondo dopo l'Italia", ha detto il regista, accompagnato da un altro giovanissimo interprete, Lorenzo Curcio. "Io e Antonio siamo andati via dalla Sicilia a metà degli '90 a causa di fatti come quello raccontato in questo film. E siamo tornati in Sicilia sempre grazie al film". Ha poi spiegato la chiave di fiaba e ghost story scelta per dare corpo a una vicenda costruita a partire dallo studio delle carte processuali e delle circostanze reali. "E' vero, è una favola d'amore tra due adolescenti, ma dietro c'e la morte di Giuseppe. Un fatto talmente orribile che non era raccontabile in altro modo perché è orrore puro senza redenzione per nessuno, neanche per la vittima. Ed era una storia rimossa dalla coscienza siciliana, le nuove generazioni non ne sapevano niente, non ricordavano il nome di Giuseppe Di Matteo. Noi volevamo spingere questo fantasma fuori dal buio. E nello stesso tempo stare lontani dai cliché delle storie di mafia. Poi ci piaceva regalare una storia d'amore a questo ragazzo che nella sua vita non ha avuto amore, immaginare una compagna di scuola, perché Luna è un personaggio immaginario, che a dispetto della ipocrisia e dell'omertà di un intero paese è disposta a mettere a repentaglio la sua stessa vita per lui. Non abbiamo cambiato nulla della verità storica dei fatti, ma l'amore è diventato la chiave per proteggere l'umanità in questo paesaggio devastato che è la Sicilia".

A chi gli chiede perché un titolo in inglese, risponde di aver innanzitutto sentito il bisogno di mettere una grande distanza rispetto all'orrore dei fatti. "L'inglese ci ha dato una forma di libertà artistica rispetto a ciò che la realtà imponeva. Ed è stata una provocazione perché in Italia le storie di mafia sono raccontare tutte nella stessa lingua, mentre la narrativa anglosassone è abituata a giocare con i generi e noi ci siamo permessi questa libertà, che normalmente sembra quasi vietata quando si parla di mafia. L'inglese può dispiacere agli spettatori più maturi, ma sicuramente avvicina i giovani e i ragazzi, che sono stati il nostro pubblico di riferimento e che stanno rispondendo con entusiasmo".

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