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Torino. Subito il pensiero va alla vicenda di Pietro Maso o a quella di Erika e Omar, autori di delitti maturati in ambito familiare, guardando Blue Kids, opera prima in concorso a Torino 35 del 40enne Andrea Tagliaferri, assistente e aiuto regista di Matteo Garrone che produce il  film insieme a Rai Cinema. Un noir, una favola nera, ambientato nella provincia romagnola nebbiosa e invernale, algida e straniante, girato tra Faenza, Ravenna, i Lidi di Comacchio, Milano Marittima, tutti luoghi dell’infanzia del regista, con una troupe in prevalenza di giovani del Centro Sperimentale.

Fabrizio Falco (Maraviglioso Boccaccio, Le ultime cose, È stato il figlio) e Agnese Claisse (figlia di Laura Morante), insieme a Matilde Gioli, sono due ragazzi normali e benestanti, fratello e sorella vicini per età e morbosamente  legati tra loro. Vivono alla giornata, s’arrangiano con qualche piccolo furto nelle chiese, indifferenti agli affetti familiari con l’eccezione della nonna, legame diretto con la loro infanzia, sofferta come un’età perduta.
Alla morte della madre malata la loro unica preoccupazione è l’eredità, quei soldi necessari per un lungo viaggio intorno al mondo, in fuga da luoghi di cui si sentono prigionieri. Il testamento dichiara come unico beneficiario del patrimonio familiare il padre che già da tempo ha un’amante e rifiuta di dividere con i figli l’eredità. I due ragazzi, soprattutto la sorella appare la più determinata e inquietante, preparano così il delitto, il castigo, con estrema lucidità e totale incoscienza, scivolando sempre più nel gesto estremo.

Blue Kids è una storia d’amore e vendetta portata all’estremo, che trova fondamento nelle mancanze - spiega il regista - La nostalgia della vita prima ancora di averla vissuta, la paura dei sentimenti, l’incapacità di comprenderli, conducono due fratelli in una bolla in cui tutto è possibile perché nulla sembra avere conseguenze. Come nei giochi che facevano da bambini”.
Tutto matura in un contesto dove la famiglia è del tutto assente, e nell’intimo dei due giovani prevale un sentimento di anaffettività. “Per paura di soffrire hanno alzato un muro tra loro e le persone. C'è una sorta di distacco emotivo dalla realtà, per cui non c’è differenza tra ascoltare della musica o uccidere, è la stessa cosa - afferma Tagliaferri - La vendetta sta nel punire chi gliel’ha tolta, la purezza, quello sguardo spensierato che non avranno mai più, senza comprendere che la colpa non è di nessuno, se non della vita stessa”.

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