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TORINO. Nei giorni in cui i media hanno i riflettori puntati sull’onda nera - Casa Pound, Forza nuova - dopo l’incursione di militanti di estrema destra in un centro immigrati a Como, arriva al TFF fuori concorso un documentario, Pagine nascoste, che aiuta a comprendere uno dei motivi principali della risorta ideologia fascista. “Il fascismo è una mentalità, non solo un movimento politico, bisognava chiudere con queste idee”, dice nel film un ex partigiano.
La regista Sabrina Varani - soprattutto direttrice della fotografia di Alina Marazzi, Agostino Ferrente, Costanza Quatriglio - affronta con Pagine nascoste - distribuito a febbraio da Luce Cinecittà - il tema di un passato storico rimosso, e prende le mosse dal nuovo romanzo che Francesca Melandri sta preparando, ‘Sangue giusto’.

All’origine c’è l’urgenza personale della scrittrice di fare luce sul padre che da giovane aderì al fascismo e che, dopo la tragica campagna di Russia, maturò una consapevolezza antifascista, secondo i racconti familiari, poi smentiti dal ritrovamento di un articolo del padre, datato marzo 1945, a sostegno della Repubblica di Salò.
In cerca di risposte per il libro che rielabora la vicenda paterna, la scrittrice si sposta in Etiopia alla ricerca di testimonianze e fonti dirette sull’aggressione e occupazione italiana del paese africano, non certo bonaria, come spesso viene rappresentata, ma caratterizzata da stragi e violenze efferate.

Il film è il racconto di questa combinazione di passato e presente, di rimozioni private e pubbliche, e del processo creativo che trasforma la realtà biografica e storica in letteratura. “Non è stato facile trovare un equilibrio tra la storia personale, quella collettiva e la ricerca della scrittrice. L’intuizione iniziale l’ho avuta con il libro precedente di Francesca ‘Più alto del mare’. Ho conosciuto infatti il suo metodo di lavoro fatto di ricerche, incontri, approfondimenti, ho assistito al processo creativo”.
E la scrittrice dice che non poteva che fidarsi di lei; insieme avevano già lavorato, nel 2010, per il documentario Vera, firmato dalla Melandri e fotografato dalla Varani.

Per la regista il passato non è qualcosa che rimane fossilizzato in un altro spazio. Ci portiamo dietro l’eredità che nel film viene affrontata a livello personale e storico. “Il fascismo  è un pezzo della mentalità italiana che non è stato mai direttamente affrontato. Fa parte della storia del paese e delle famiglie italiane. Il ventennio è stato un’espressione della nazione italiana”, spiega la scrittrice.
E il monumento di Affile al gerarca fascista Graziani che la scrittrice visita? “Testimonia come la memoria si colloca nel presente: amnesia, rigurgito fascista, indifferenza?”, risponde la cineasta.

Una parte del film si svolge nell’Etiopia di oggi dove la regista segue la scrittrice nelle sue ricerche. Accanto ad alcune testimonianze sulle violenze perpetrate dall’occupante fascista vi è l’assedio e l’annientamento di oltre mille etiopi rifugiatisi in un'enorme grotta nella regione del Craia Zret-Lalomedi.
Il documentario s’avvale anche di forti materiali di repertorio sulla guerra in Etiopia provenienti dall’Archivio Luce e dall’Archivio del Movimento Operaio e Democratico.
“Ho cercato di evitare quel senso di distanza che si prova guardando queste immagini in bianco e nero, come fossero al di là di una barriera di sicurezza - spiega la regista - al contrario volevo creare un legame continuo e ho perciò alternato le immagini di ieri e oggi così che lo spettatore si senta coinvolto e non invece salvo e sicuro nella lontananza”.

Accanto a questi brani visivi di storia ci sono i filmini familiari in super 8  del padre della scrittrice, rinvenuti per caso nell’abitazione di una zia una volta morta.
Quanto alle riprese fatte in occasione di un raduno di Forza Nuova con tanto di discorsi farneticanti sull’omosessualismo, la regista ha chiesto l’autorizzazione direttamente all’ufficio stampa di FN che l’ha concessa. Ma dietro pagamento di 50 euro.

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