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Phineas Taylor Barnum è considerato il ‘padre’ degli spettacoli circensi e più in generale del moderno show-business. Nato a Bethel nel Connecticut, nel 1810, locandiere, sarto e magazziniere, divenne famoso per aver creato l'American Museum nel 1842, che fu distrutto due volte da un incendio, e il circo chiamato The Greatest Show on Earth (Il più grande spettacolo del mondo), un enorme 'ring' a tre piste e con ben quattro palcoscenici, che poteva ospitare ventimila spettatori, anch'esso devastato dal fuoco. Nei suoi spettacoli erano presenti trapezisti, meraviglie della natura, nani, giganti, donne barbute, gemelli siamesi. Chi più ne ha più ne metta. Quelli che al tempo si definivano ‘Freaks’.

Non certo una figura trasparente, quella di Barnum: la sua carriera fu costellata da polemiche e processi, che suscitarono ancora più interesse intorno ai suoi spettacoli, che raggiunsero l'apice quando addirittura si autodenunciò come mistificatore. Bene o male, purché se ne parli.

Sull’onda del revival per il musical rigenerato dal successo di La La Land, arriva il 25 dicembre nei cinema  con Fox The Greatest Showman, che alla figura di Barnum di ispira. Film fortemente voluto dalla star Hugh Jackman, che lo interpreta anche, affiancato da  Zac Efron, Michelle Williams, Zendaya e Rebecca Ferguson, diretto da Michael Gracey, e con le musiche originali di Justin Paul e Benj Pasek, vincitori proprio del Premio Oscar per la Miglior Canzone Originale per La La Land. 

L’approccio è pop, gli arrangiamenti sono moderni e il gruppo di carismatici fenomeni da circo si muove come farebbero gli X-Men, per raccontare oggi un personaggio già alternativo nel 1800, certamente romanzandone le gesta – il confine tra romantico benefattore e patetico sfruttatore è labile, ma la pellicola non manca di sottolinearlo – e celebrare il senso di meraviglia che si prova quando i sogni diventano realtà. E’ la storia di un visionario che dal nulla crea uno spettacolo ipnotico destinato a cambiare la storia dell’intrattenimento.

“Cosa che io non sarei capace di fare – dice Jackman in conferenza in collegamento da Londra – per me recitare era una gioia, ma se mi fossi reso conto che non funzionava avrei probabilmente scelto di fare un’altra cosa. Per Barnum si trattava invece di pura necessità. Ha affrontato ogni avversità con spirito positivo. Le recensioni lo stroncavano e lui le faceva ristampare e diffondere, perché per lui non c’era niente di meglio della pubblicità negativa. Non accettava un no, aveva coraggio, aveva immaginazione, era una personalità dirompente, come Steve Jobs. Io ho sempre potuto contare sul supporto della famiglia e di una donna fantastica che ho incontrato prima che mi arrivasse il successo. Mi aiuta molto, se mi lascio prendere troppo dalle ambizioni mi dice ‘ehi, vieni qua che ti devo parlare’ e io la ascolto. E’ fondamentale”.

Il regista racconta invece la genesi del progetto: “Io e Hugh ci siamo incontrati a una festa, dopo un paio di bicchieri tutti a Hollywood dicono: ‘dovremmo fare un film insieme’. Ma stavolta era vero: mi mandò la sceneggiatura due giorni dopo e diciamo che la scelta per il protagonista andava da sé. Mi sono ispirato a Terry Gilliam e a Fellini. Naturalmente c’è anche il Freaks di Browning, ma qui abbiamo pensato a trattare ciascuno di questi ‘fenomeni’ come una persona a tutto tondo. Ormai più nessuno li chiama mostri”.

Circa la similitudine con gli X-Men, mutanti reietti che trasformano le loro difformità in poteri, Jackman, che per tanti anni è stato rappresentante della saga nel ruolo di Wolverine, dice: “Certamente è anche una storia di accettazione della diversità. Soprattutto da parte di sé stessi, con una canzone particolarmente commovente, ‘This is me’, che significa proprio questo. Vale anche per le proprie scelte: Voglio decidere chi amare, quale mestiere fare. Parliamo di gente che nel 1800 veniva chiusa nelle cantine, erano considerati maledetti così come i loro familiari. Barnum li ha portati alla luce, spesso diventavano ricchissimi e amati in tutto il mondo. Inoltre ci si può molto identificare con loro: ho due teenager e penso che a quell’età non esista adolescente che non si senta un po’ un freak. Credo che queste tematiche e queste canzoni possano restare attuali ancora per molti anni”.

Si aggiungono alla conferenza anche Zac Efron e Zendaya, protagonisti nel film di una storia interrazziale da tutti osteggiata. “Anch’io ho avuto storie interrazziali – dice lei – e credo che il cuore e l’amore debbano essere messi davanti a tutto”. Mentre lui sottolinea quanto sia “triste che a volte ancora ci si trovi davanti ai problemi che c’erano nel 1800”, dichiarandosi anche felice di essere tornato al genere musical.

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