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BERLINO - Sembra aver prediletto il cinema coraggioso e di ricerca il 68°Festival di Berlino che assegna a sorpresa l’Orso d’Oro, insieme al premio per l’Opera Prima, all’esordio di Adina Pintilie Touch Me Not. Un film sperimentale, a metà tra l’approccio terapeutico e la video-arte, che esplora il tema dell’intimità fisica e delle sue implicazioni personali e sociali, partendo dal presupposto che il contatto con il corpo giochi un ruolo primario nelle esperienze emotive umane, che la conoscenza sia di sé che dell’altro passi attraverso il contatto con il suo involucro corporale. Un’esortazione ad aprirsi senza giudizi né preconcetti all’altro, al diverso, anche quando può apparire totalmente differente, e magari anche disarmonico o addirittura sgradevole. La sfida di riconsiderare, mettendosi di fronte a uno specchio, il modo di connettersi con le altre persone. “Vorrei che il dialogo che il film propone diventi un invito di apertura esteso a tutto il mondo, un’esortazione universale per il dialogo, ancora più necessario in questo momento storico in cui la paura per l’altro cresce a dismisura”, ha dichiarato la regista Adina Pintilie che ha più volte sottolineato la natura corale di Touch Me Not, frutto di un lungo processo collettivo in cui gli attori hanno partecipato attivamente mettendosi a nudo e lavorando sulle loro autentiche emozioni. “Compagni d’armi nella battaglia per l’amore”, li definisce la Pintilie, che li ha più volte pubblicamente ringraziati per il coraggio. “Lo script esisteva, ma è stato più che altro un punto d'inizio per il processo, in un film che è anche un tentativo di investigare i confini del linguaggio del cinema”. Tutto è fluido in Touch Me Not: i confini personali, le definizioni di uomo e donna, la definizione di ciò che è reale e ciò che è messa in scena, come lo sono gli stessi desideri dei protagonisti, che bramano l’intimità ma ne sono al tempo stesso spaventati. Il film è stato acquistato per l’Italia da I Wonder Pictures, che porterà in sala anche Museo di Alonso Ruizpalacios, premiato per la miglior sceneggiatura.

Altro film certamente coraggioso è Las Herederas di Marcelo Martinessi, metafora sociale sul Paraguay, dove è ambientato, che racconta di una coppia di anziane signore costrette ad affrontare una disastrosa crisi economica. Al film va il premio per la miglior attrice protagonista, la brava esordiente Ana Brun che dedica l’Orso alle donne del Paraguay, “autentiche guerriere”. “Il mio personaggio passa attraverso varie trasformazioni: sociali, sessuali, politiche. Un cambiamento che mi appartiene e che riflette anche la situazione del mio Paese”, ha detto. Per interpretarlo, l’attrice ha rivelato di essersi basata sul ricordo di sua nonna, “ai quei tempi le donne non avevano parola, dovevano recitare il ruolo che ci si aspettava, e nell’osservarla ho realizzato che in realtà ogni cosa prende vita in segreto”. Al film va anche l’Orso d'argento Alfred Bauer Prize assegnato a un lungometraggio capace di aprire nuove prospettive. Un auspicio a cui dedica il premio Marcelo Martinessi : “Il Paraguay ha una società estremante conservatrice e questo film cerca di allargarne un po' gli orizzonti. Una nazione che ancora non ha una sua storia cinematografica, dove il primo grande premio per un film è proprio riuscire a farlo, e dove fare cinema viene considerato un sogno più che un lavoro. Las Herederas racconta una storia di sessualità differente, qualcosa che non ci si aspetterebbe dal contesto in cui è ambientato, e assegna alle donne un ruolo chiave, proprio all’interno di una società che invece è estremamente machista, dove la discriminazione sessuale è forte e l’autorità riconosciuta è solo maschile”. 

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