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In Lebanon, il film del 2008 con cui aveva vinto il Leone d'oro a Venezia, tutto accadeva all'interno di un tank. Stavolta Samuel Maoz costruisce invece un film tripartito e complesso, che gioca sui piani temporali e ha molto a che fare con la nozione filosofica del destino in un paese in guerra perenne come Israele. Ecco allora Foxtrot-La danza del destino, Gran premio della giuria alla 74ª Mostra di Venezia e scelto per rappresentare Israele agli Oscar, in sala dal 22 marzo con Academy Two. Un'opera al tempo stesso surreale, iperrealista e teatrale che cerca di stupire lo spettatore e spesso ci riesce.

Nel primo capitolo due militari portano la notizia che il giovane Jonathan è morto. La madre Dafna (Sarah Adler) cade svenuta mentre il padre Michael (Lior Ashkenazi), un architetto pieno di sé, non credente e disincantato, reagisce con aggressività non celata all'assurda burocrazia delle esequie militari ma anche alle condoglianze dei familiari. Nel secondo capitolo troviamo Jonathan ancora vivo: è di stanza insieme a tre commilitoni altrettanto giovani e sprovveduti a un posto di blocco nel deserto e passa il tempo, tra una macchina da controllare e l'altra, disegnando fumetti. Mentre nel terzo e ultimo capitolo Dafna e Michael sono da soli, uno di fronte all'altra, e conducono un confronto serrato che getta luce retrospettiva su tutta la vicenda.

Di più non è giusto rivelare, ma diciamo che il destino - o forse Dio stesso - gioca con questa famiglia come il gatto col topo. Del resto Maoz ha scelto il "foxtrot" proprio perché è una danza che ti riporta sempre al punto di partenza. "Volevo fare un viaggio emotivo diviso in tre sequenze: la prima scioccante, la seconda soffice e calorosa e la terza, infine, commovente. Una sorta di tragedia greca in tre atti - ha spiegato il regista - E tutto questo non attraverso un cinema realistico, ma in maniera sperimentale. Al centro di Foxtrot c'è l'idea di destino, di un puzzle filosofico che cerca di rompere il concetto di questa parola e che è la spina dorsale di tutto il film. Ma dentro c'è ovviamente anche e soprattutto il mio mondo intimo". 

Il film nasce infatti da un'esperienza personale del regista: "Mia figlia a Tel Aviv era solita andare a scuola con il taxi perché si alzava sempre tardi. Così un giorno le ho detto: perché non prendi l'autobus, il numero 5? Ed è quello che ha fatto la mattina dopo, proprio il giorno in cui un gruppo di terroristi ha fatto un attentato su quella linea. Per circa un'ora non ho saputo nulla di lei, se fosse viva o morta. Poi mi ha chiamato: aveva preso l'autobus successivo perché era in ritardo". E ancora: "Einstein diceva che la coincidenza è il modo che Dio ha di restare anonimo. Foxtrot è una parabola filosofica che prova a decostruire il vago concetto chiamato 'fato' attraverso la storia di un padre e di un figlio. Sono lontani, eppure, nonostante la distanza e la separazione totale, l’uno interviene nel destino dell’altro. La sfida che mi sono posto è stata quella di analizzare il divario esistente tra ciò che controlliamo e ciò che invece non riusciamo a controllare. Alcune volte ho scelto di concentrarmi sui dettagli e unire il punto di vista critico a uno sguardo compassionevole. Altre volte ho preferito essere ironico, ma distaccato dal luogo e dal tempo. Non ho voluto concentrarmi sugli eventi, ma sull’idea filosofica del film, sullo stato psicologico dei protagonisti e su come affrontano amore e dolore".

Infine a chi gli chiede qual è l'impatto che i suoi film dovrebbero avere sulla società israeliana, risponde: "Quando scrivo una sceneggiatura, faccio per forza molte considerazioni politiche e sociali. Mi piacerebbe far cambiare idea almeno a una persona, ma non sono così ingenuo da pensare che i miei film possano avere un impatto fortissimo sulla nostra società. E poi i miei lavori girano soprattutto attorno all'idea di fede". 

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