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“La realtà l’ho conosciuta fotografandola, quando ho cominciato a riprenderla con la macchina da presa, come in Blow-up, che proprio in questo senso credo sia il mio film più autobiografico. E’ stato proprio fotografando, ingrandendo la superficie delle cose che stavano intorno a me, che ho cercato di scoprire quello che c’era dietro, al di là di essa. Non ho fatto altro nella mia carriera”. Michelangelo Antonioni così si racconta nel ricco e documentato libro “Il mio Antonioni”, curato da Carlo di Carlo che ha condiviso con il regista ferrarese, quasi 50 anni di collaborazione e di amicizia.

“Il mio Antonioni” è stato pubblicato in occasione della retrospettiva “Michelangelo Antonioni”, organizzata nel dicembre 2017 da Istituto Luce Cinecittà - editore del volume insieme alla Cineteca di Bologna - in collaborazione con Museum of Modern Art di New York. A presentarlo alla Casa del cinema di Roma, alla presenza del direttore Giorgio Gosetti e di Roberto Cicutto , il direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli, per il quale “Di Carlo è stato un critico, un cineasta e soprattutto uno straordinario intellettuale che servendosi del montaggio, caratteristica essenziale dei suoi film, ha dato vita a un libro testamento su un regista complesso, raccontato con grande semplicità”. “Carlo era un amico intimo di Michelangelo - ricorda Enrica Fico Antonioni - un grande archivista e questo libro è il risultato di tre anni e mezzo di intenso lavoro, un libro che però ha il respiro di Carlo”. Caratteristica sulla quale è d’accordo anche Felice Laudadio, presidente della Fondazione CSC, “di Carlo ha vissuto come alter ego di Antonioni, al punto di condividerne i gusti cinematografici”.

Come spiega il curatore di Carlo l’idea del libro parte da tre diversi momenti. La realizzazione del Progetto Antonioni, affidatogli dall’Ente Gestione Cinema di Cinecittà, dal 1988 al 1992; l’elaborazione nel 1995 dell’Inventario generale analitico delle opere  e dei beni di Antonioni; e infine il suo documentario del 2008 Antonioni su Antonioni. Di qui la scelta di usare le parole stesse di Michelangelo per ricostruire il suo percorso artistico, la sua personalità. L’autore ha selezionato e accorpato vari materiali, sistemandoli per temi e blocchi temporali, al fine di trarne un racconto in prima persona, “composto  dai suoi testi editi, senza modifica o aggiunta alcuna”.

Non un’autobiografia personale piuttosto un “report about myself”, lo definisce di Carlo. Accanto a testi  già pubblicati e ricomposti, il volume presenta comunque una parte inedita: le lettere inviate alla prima moglie, Letizia Balboni, i cui brani estratti consentono di ricostruire un periodo poco conosciuto, quello tra il 1940 e il 1945. Il libro, seguendo una cadenza cronologica, si articola in tre parti: la prima in cui il regista parla di Ferrara e della Pianura padana, della permanenza a Roma e in Francia, dei suoi primi documentari; la seconda dedicata a gran parte delle sue opere, da Cronaca di un amore a Identificazione di una donna; la terza con i film non realizzati, da Lo sceicco bianco (1949) a Due telegrammi (1985), e con alcune riflessioni sul cinema, la pittura e la scrittura. In chiusura, oltre a una bibliografia di riferimento, troviamo le fonti dove sono elencate, capitolo per capitolo, le citazioni dei numerosi testi antonioniani che formano il libro.

Alla fine il risultato di questo racconto così costruito è “diverso da quello pensato da di Carlo - sottolinea lo storico del cinema Lorenzo Cuccu nell’introduzione -, quello di una ‘autobiografia artistica possibile’ di Antonioni”.  Emerge “una figura che è certo quella di Antonioni, ma un Antonioni ‘visto’ da Carlo di Carlo”.

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