/ ARTICOLI

LECCE. “Tra i miei progetti c’è un libro di racconti e da uno di questi probabilmente ne trarrò un film. Ho scritto questi soggetti in forma letteraria, mi sono appassionato, chissà che prima di Natale questi racconti non escano in libreria, per ora li ho fatti solo leggere”. Kim Rossi Stuart, a cui il Festival del cinema europeo dedica un premio e una retrospettiva, si cimenta dopo la regia con la scrittura, ma al centro della narrazione sono sempre “i percorsi interiori che questa volta ho narrato in modo più libero, abbandonandomi al desiderio di scrivere. In precedenza avevo scritto in maniera più tecnica in funzione di una messa in scena, che ti condiziona”. L’artista ricorda di avere scritto già a 18 anni la sua prima sceneggiatura, molto libera e naif, di essersi mosso da subito in quella direzione, anche se l’esordio da regista è arrivato a circa 35 anni.

Tra gli altri progetti futuri di Kim Rossi Stuart, per ora non è prevista una seconda serie tv del Commissario Maltese. “L’ho lasciato su una spiaggia a contemplare l’infinito. Può darsi che i produttori cambino idea, ma per un eventuale seguito occorre un nuovo respiro creativo”. Attore Kim lo è diventato un po’ per caso, grazie all’incontro con il produttore Pietro Valsecchi che, all’epoca aiuto regista, dopo avergli dato un passaggio in macchina propose a lui ragazzo di 12/13 anni un provino per una serie tv. “Non ero adatto a fare l’attore, all’inizio mi veniva la ‘sudarella’, pensavo che non fosse nella mia natura. Forse sono più incline alla regia che considero un lavoro meno istintivo”.

Un mestiere, quello dell’attore, che Kim tuttora non riesce a svolgere con la tranquillità e la leggerezza di alcuni suoi colleghi che si godono il set. “Mi sembra di prendere in giro me stesso e il pubblico. Così quando ho girato gli episodi del Commissario Maltese, non dormivo la notte per lavorare sui dialoghi. Insomma una sorta di via crucis”. Per Kim il lavoro dell’attore è bello quando ci si pone alcune domande: chi è il regista, che cosa vuole, di che cosa ha bisogno, quale è il suo linguaggio. “Con Gianni Amelio non ho fatto nulla perché lui mi ha chiesto di non studiare, ho messo soltanto a disposizione la mia umanità, la mia dedizione. Ci sono invece situazioni, come nel caso del film su Vallanzasca, nelle quali devo decidere in maniera prestabilita tutto, ogni minima sfumatura”.

L’artista ricorda di aver frequento da giovane workshop d’attore basati sull’introspezione e l’autoanalisi, corsi che rivendicavano come il mestiere dell’attore fosse una ricerca di crescita. “E questo è sempre il mio punto fermo che mi porta ad avere un approccio psicoanalitico al mio mestiere”. Quanto alla condizione del cinema italiano, Kim sottolinea come “si sia ridotta la gamma di possibilità e di generi. Sono appassionato del cinema introspettivo, analitico, che è stato purtroppo oggi ridimensionato”.

VEDI ANCHE

LECCE 2018

Ad