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Ricordare Ermanno Olmi coinvolge gran parte della mia vita affettiva e professionale. Siamo stati amici per oltre trent’anni e abbiamo lavorato assieme fino all’ultima sua opera sul Cardinal Martini.Non è facile parlare di un grande maestro e al tempo stesso di una persona importantissima della propria esistenza. Il Maestro lo conoscono tutti attraverso le sue opere ad alcune delle quali ho potuto contribuire da coproduttore e distributore assieme a Vincenzo De Leo con la società Aura Film e a Luigi Musini con la Mikado Film e la Cinemaundici, sempre in collaborazione con RAI e in due casi con Mario e Vittorio Cecchi Gori, fino all’ultima vedete, sono uno di voi per Istituto Luce Cinecittà.

Parlo di Ermanno ma penso anche alla moglie Loredana, testimone più che attiva della nostra lunga collaborazione, ai figli, Betta conosciuta giovanissima e poi complice professionale, Fabio collaboratore fondamentale in molti film la cui fotografia bella e forte rappresentava perfettamente le intenzioni del padre, e Andrea, meno presente nel lavoro ma amico più che affettuoso. Insomma una seconda vera famiglia.

Vorrei nominare anche fra i loro amici più cari Tullio Kezich senza cui il mio incontro con Olmi non sarebbe avvenuto.Il ricordo più forte di tutta questa combriccola sono le risate. Abbiamo lavorato sodo senza mai dimenticare che facevamo un mestiere bellissimo anche nelle difficoltà. Fra i tanti insegnamenti ricevuti uno mi ha particolarmente aiutato a vivere meglio: i tempi morti non sono mai tempi persi, spesso più fruttuosi di quelli frenetici.

Ermanno sapeva sorprendere sempre anche quando sembrava semplicemente ispirarsi al buon senso o facendo scelte anticonformiste e vincenti come nel caso di affidare a Rutger Hauer il ruolo di protagonista nel nostro La leggenda del santo bevitore o a Raz Degan quello magnifico in Centochiodi. Deciso fino allo spasimo nella difesa di alcune convinzioni o divorato dal dubbio fino allo spavento durante il montaggio de Il mestiere delle armi rivelatosi poi un capolavoro assoluto.

Provocatorio nel sostenere che “un caffè con un amico vale più di cento libri” e furente difensore della bestemmia in un film di Marco Bellocchio. Incazzato contro le menomazioni della malattia ma così generoso da lasciare la sua famiglia non dopo un periodo di incoscienza e silenzio in un letto di ospedale, ma aver recuperato in maniera sorprendente le forze per sedersi alla tavola dell’amata casa di Asiago e congedarsi con dolcezza circondato da moglie e figli.

So cosa direbbe Ermanno nel vederci tutti affannati e un po’ smarriti e non posso fare a meno di sorridere.

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