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Locarno. Cinque anni fa il festival di Locarno aveva proiettato sul grande schermo all’aperto il suo film di esordio, Ricche e famose di George Cukor. Quest’anno in Piazza Grande è arrivata lei in carne ossa: Meg Ryan, attrice, produttrice, oltre trenta film alle spalle come interprete e una fama da fidanzatina d’America che non l’abbandona neanche all’alba dei suoi quasi cinquantasette anni.

Il festival ha deciso di insignirla del Leopard Club Award e di omaggiarla proiettando due film che la vedono protagonista, ma in due interpretazioni molto diverse tra loro: quella di In the Cut, thriller erotico di Jane Campion e quella di Insonnia d’amore, di Nora Ephron, un film legato a doppio filo con la retrospettiva dedicata a Leo McCarey, in quanto cita e omaggia il melodramma cult Un amore splendido, con Cary Grant e Deborah Kerr.

L’attrice è stata accolta con grande entusiasmo sia dagli spettatori di Piazza Grande sia da chi ha partecipato all’incontro pubblico. Una conversazione che è cominciata proprio parlando degli esordi, dei primi anni di una carriera piuttosto anomala, cominciata per caso, perché come sottolinea lei stessa “a fare l’attrice non ci pensavo neanche lontanamente. Avevo fatto la scuola di giornalismo e nel mio progetto per il futuro c’era una carriera da reporter. Poi un giorno un mio insegnante mi mandò a fare un colloquio per scrivere una soap-opera e uscii da quell’incontro con una parte da attrice! Mi ricordo come fosse oggi il primo giorno in cui mi toccò pronunciare una battuta, ero confusa e impaurita, non sapevo nemmeno come si facesse ad imparare tutto un copione a memoria. E infatti quel primo set fu terribile. Ripetemmo la scena ventisette volte. Eppure ero piaciuta e mi trovai, senza nemmeno sapere perché, a cambiare improvvisamente strada”.

Ma, come si dice, il destino aveva piani più grandi per la giovane Meg Ryan, che la tv di allora non poteva soddisfare. E così dopo quei primi ruoli in “stato confusionale”, arriva il momento del cinema, quello vero (“meglio di così non si poteva iniziare”) con George Cukor dietro la macchina da presa. Si tratta di Ricche e famose, quello che sarebbe stato l’ultimo film del re della commedia sofisticata americana, e che invece per la Ryan segna l’inizio di una lunga e prolifica carriera per il grande schermo. “Cukor, è stato fondamentale, mi ha trasmesso uno degli insegnamenti più importanti per fare questo mestiere. Un riferimento che tengo sempre ben presente ancora oggi, anche se posso dire di avere ormai una certa esperienza. Lui mi ha insegnato la naturalezza, che è uno degli obiettivi più difficili da conseguire per un attore. Diceva sempre, a tutti: non recitate! Smettetela di fingere, dovete essere, non annunciarvi. Ecco, questa è la mia stella polare ogni volta che, ancora oggi, mi sento in difficoltà. Un insegnamento che ho tenuto bene a mente soprattutto quando ho fatto esperienza come regista e mi sono resa conto che effettivamente la camera legge tutto, e, proprio per questo, bisogna a tutti i costi essere leali”.

Che sia stato per via dell’imprinting datole da Cukor, o per quei grandi occhioni blu e il broncetto da ragazza della porta accanto, poco importa, Meg Ryan spicca il salto e in pochi anni si ritrova protagonista di alcune tra le più importanti commedie americane che sono state realizzate fra la fine degli anni Ottanta e tutti gli anni Novanta. Tra queste il posto d’onore lo occupa certamente Harry, ti presento Sally: “Ottenere quel ruolo fu un miracolo. Ero diventata la professionista dei provini, ma ancora non mi sentivo sicura. È stato proprio questo film a darmi la sensazione che stavo crescendo. Ho imparato molto grazie al ruolo di Sally. Ho imparato cosa vuole dire lavorare per settimane a una sceneggiatura, fare le letture a tavolino, collaborare alla scrittura. Fu  la famosa scena dell’orgasmo - credo che non ci sia nessuno al mondo che non se la ricordi - a farmi comprendere a fondo le mie potenzialità. Quella scena la suggerii io. Mi misi nei guai da sola, ma sentivo che potevo farlo. Inizialmente Sally e Harry avrebbero dovuto solo parlarne, poi, durante una prova, mi venne l’idea… Sally era un personaggio buffo e secondo me avrebbe potuto tranquillamente fare quello che poi è stato messo nel film: simulare un orgasmo seduta al tavolino di un bar affollato di gente. Il regista, Rob Reiner, mi appoggiò subito, ma il giorno in cui girammo era molto nervoso, perché c’era anche sua madre sul set - interpreta la cliente che dopo l’orgasmo di Sally, si affretta a ordinare alla cameriera: ‘Quello che ha preso la signorina!’ - e anche per me non fu una passeggiata, perché mi sentivo gli occhi di tutti puntati addosso… ma evidentemente, come ha dimostrato il tempo, abbiamo avuto una giusta intuizione. Questo comunque è soltanto uno degli episodi divertenti che riguardano Harry, ti presento Sally, un film che, ripeto, mi ha aiutato moltissimo a consolidare la mia professione, a comprendere che il cinema è fatto da tante persone, non solo dal regista e dagli attori protagonisti. Pensate che il titolo definitivo lo propose un tecnico delle luci…”.

Altro film fondamentale che Meg Ryan ama ricordare tra i suoi “migliori” è Insonnia d’amore: “Mi ha messo in collegamento profondo con quella che era già una mia passione da ragazza: i film della vecchia Hollywood. Degli anni Trenta e Quaranta. In fondo mi sono sempre ispirata alle attrici di quelle meravigliose pellicole. Erano dive, creature piene di grazia, che invidio perché rimarranno scolpite per sempre nella memoria collettiva, perché appartengono ad un periodo irraggiungibile del cinema americano. E quindi per me, girare un remake di un film di Leo McCarey è stato come coronare il sogno di una vita”. Altrettanto importante sul quel set è l’incontro con Nora Ephron “una donna, una professionista che sapeva al primo colpo quello che voleva, e otteneva sempre tutto. Lavorare con lei è stato molto interessante. Su questo film in particolare, perché non si tratta solo di un omaggio al cinema del passato ma di un’analisi di come il cinema in generale ha influenzato, nei sogni, nelle aspettative, la vita reale di tutti”.

E poi c’è stata la seconda vita di Meg Ryan, quella che l’ha vista allontanarsi progressivamente dall’immagine di fidanzatina d’America per raggiungere ruoli più complessi, anche drammatici, come quello di Alice in Amarsi, di Luis Manodki, dove interpreta una donna alcolizzata, o quello di Frannie di In the Cut, un thriller con annessi sesso e perversioni: “Quando cambi archetipo è un casino. Il pubblico, ma anche la critica non te lo perdonano. Devi chiedere il permesso e se non lo fai ne paghi le conseguenze. A me capitò proprio dopo il film con la Campion, venni fustigata senza pietà da un giornalista ad un talk televisivo. Fu violentissimo. Dopo allora non mi successe più, ma non che la cosa mi importi. Ho sempre scelto liberamente i miei film e i ruoli che mi sembravano più giusti, tenendo in mente, anche in questo caso, il grande insegnamento di Cukor: non fingete, siate!”.

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