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Locarno. “Il dolore serve proprio come serve la felicità”. È Brunori SAS stesso a citare un verso di una delle sue canzoni più belle nel film L’ospite, di Duccio Chiarini, presentato in anteprima a Locarno in Piazza Grande. Dario Brunori in questo film fa una breve apparizione, un passaggio fugace ma significativo che sintetizza perfettamente il senso del secondo lungometraggio del regista fiorentino, già premiato a Venezia, nella sezione Biennale College Cinema, per il suo primo film di finzione Short Skin (film selezionato anche al Festival  di  Berlino 2015,  nella  sezione Generation 14+). 

In L’ospite è una tristezza diffusa quella che si respira. Una tristezza in cui si muove, come in una nebbia, un’intera generazione (quella dei quasi quarantenni di oggi), alle prese con relazioni affettive, sessuali, amorose complicate, con un concetto di liquidità che si è come travasato dalla precarietà lavorativa alla vita personale. E così l’immagine del protagonista, Guido (Daniele Parisi) che in piena crisi di coppia transita da un divano all’altro nelle varie case dei suoi amici, non poteva essere più azzeccata. Guido si sposta in cerca di ospitalità, forse anche in cerca di una stabilità almeno da ammirare, da vivere seppur per interposta persona nelle coppie che lo circondano, ma, con sua grande sorpresa, scopre che nessuno è stato risparmiato: ogni amico, ogni coppia vive la sua piccola tragedia esistenziale, fatta di relazioni che non decollano così come di unioni che non possono smettere di traballare nemmeno poco prima della nascita di un figlio.

Lo sguardo di Guido si posa lieve su queste storie, come altrettanto delicatamente si posa quello del regista che restando perfettamente in equilibrio tra la commedia e il dramma riesce a raccontare molto della crisi del maschio contemporaneo, così come delle donne, anche loro destabilizzate da modelli contrastanti e viste nelle inevitabili contraddizioni del tempo che stiamo vivendo. “Anche in questo film - afferma Chiarini – ho cercato di affrontare il tema della complessità delle relazioni sentimentali utilizzando il punto di vista di un uomo fragile, un uomo di quasi quarant’anni che rappresenta molti suoi coetanei, uomini che non riescono a definirsi bene nei confronti dell’altro sesso, orfani di una maniera tradizionale di essere maschio e alla ricerca di un nuovo modo di vivere la propria identità sessuale di fronte a figure femminili sempre più distanti da quelle delle loro madri. Le donne ovviamente sono state più difficili da raccontare ma il lavoro è stato anche più affascinante. Sono cresciuto in una famiglia in cui proprio le donne rappresentavano i riferimenti più importanti e credo che questo si rispecchi abbastanza anche nel film”.

E lo spaesamento del personaggio di Guido è costante per tutto il film. Anche il finale ci lascia, come nella vita, la sensazione di un continuo sradicamento che si porta dietro quello precedente e che non appare scollegato al problema della crescita, ormai sempre più scissa fra quella fisica e quella psicologica.  “Fin da quando ho iniziato a pensare a questa storia – aggiunge Chiarini - ho avuto la sensazione che la vita del protagonista fosse caratterizzata da una  dicotomia tra i tempi della sua crescita interiore e psicologica e quelli del suo ciclo biologico. Questa sensazione che  sentivo e sento tuttora molto vicina al mio vissuto mi ha dato l'intuizione che forse un 'romanzo di formazione tardivo'  potesse essere un modo vero e sincero per raccontare alcune caratteristiche della generazione 'iper-formata' alla quale  appartengo, una generazione che ha passato anni a specializzarsi teoricamente in mille discipline universitarie e che tuttavia stenta a trovare lo spazio per esercitare concretamente le proprie conoscenze, come se avesse sempre bisogno di nuove conferme prima di prendere una decisione che potrebbe poi rivelarsi sbagliata”.

“Interpretare questo ruolo – spiega Daniele Parisi – è stato molto divertente perché Guido non mi assomiglia per niente. Io lo definisco un maschio delta. Inoltre è stato molto interessante il lavoro, tutto in sottrazione, che abbiamo fatto sulla recitazione. Siamo andati alla ricerca delle sfumature, dei toni giusti per ogni battuta per dare credibilità a tutti i personaggi”.

Perfettamente calati nei loro ruoli sono anche gli altri interpreti del film: Silvia D’Amico, Anna Bellato, Thony (la cantante di Tutti i santi giorni di Virzì) Milvia Marigliano, Sergio Pierattini, Daniele Natali, Guglielmo Favilla.

Francia e Svizzera hanno già acquistato la distribuzione del film mentre in Italia non vi è ancora una certezza. Ma la proiezione a Locarno è stata molto apprezzata, e siamo pronti a scommettere che ben presto L’ospite arriverà anche sugli schermi italiani.

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