"Se non ci fosse l'ordine morale, arriveremmo a
mangiare il cervello del vicino", dice un personaggio di
Shutter Island all'agente Leonardo Di
Caprio, il poliziotto appena sbarcato sull'isola
inespugnabile dove sorge un maniconio criminale per ritrovare
una paziente scomparsa nel nulla. Trama da non rivelare per
questo thriller gotico diretto con mano sicura da
Martin Scorsese. Il film, interpretato anche
da Mark Ruffalo, Ben Kingsley e Max
Von Sydow, ha avuto un'anteprima per la stampa a
Roma, ma sarà in sala solo il 5 marzo, distribuito da
Medusa in circa 400 copie. Nel frattempo
debutterà a Berlino, fuori concorso,
sabato 13 febbraio. Nessuna recensione è autorizzata fino
a quella data, per ora si può raccontare soltanto il punto
di vista del regista italo-americano e del suo fedele
interprete: i due sono al quarto film insieme e hanno affinato
al massimo la complicità. "Tra me e Leo c'è grande
fiducia reciproca - dice Scorsese - con questa storia
siamo andati a livelli più profondi rispetto a The
Aviator e The Departed, sono sorpreso
dall'intensità che abbiamo raggiunto". E l'attore, che
nonostante i suoi 36 anni e la faccia sempre più
drammatica, continua a esercitare un fascino enorme sulle
adolescenti - aggiunge: "Ammiro enormemente Scorsese, ha
una capacità grandissima di credere in un attore, lascia
completamente nelle tue mani il personaggio, si affida a te
perché porti avanti la narrazione".
Narrazione che procede con un inatteso colpo di scena per un personaggio che Di Caprio non esita a definire "il più oscuro e violento mai interpretato". Va alle radici della violenza, fin dentro la psicosi, Shutter Island, tratto dal romanzo di Dennis Lehane, scrittore che già conosciamo per Mystic River di Clint Eastwood. "Il libro - racconta Scorsese - mi ha colpito anche perché trasmette le paure e la paranoia degli anni '50, gli anni in cui anch'io sono cresciuto". Il comunismo e i fantasmi della seconda guerra mondiale, i sopravvissuti ai lager e le cataste di cadaveri, si agitano nella pellicola che attinge molto da autori come Fritz Lang, Otto Preminger, Jacques Tourneur. "Sono cresciuto vedendo film come Laura o Le catene della colpa, amo il cinema tedesco e i tedeschi di Hollywood quanto quello italiano e britannico", dice Martin, che sta lavorando al secondo capitolo del documentario di montaggio Viaggio nel cinema italiano. Anche Di Caprio ha qualche "piccolo" modello. "I miei eroi sono De Niro, Monty Clift e James Dean, non so se riuscirò mai ad arrivare a quel livello, ma sicuramente sono attratto da personaggi oscuri e tragici, e stavolta credo di aver sperimentato vari estremi e una grande ambiguità di ruolo, senza rivelare il finale. Shutter Island è un film sulla perdita, il trauma e la malattia mentale". E ancora: "Scorsese ha sempre raccontato la violenza come esteriorizzazione di una sofferenza interiore, come in Taxi driver o Toro scatenato".
E' inquietante e angosciosa, l'isola-fortezza costruita da Dante Ferretti, assediata da un uragano e battuta da un mare violento almeno quanto i sentimenti dei folli omicidi che la abitano. "Dovevamo trasmettere visivamente l'idea di qualcosa di oscuro e incomprensibile in cui non si capisce chi è realmente responsabile e chi controlla", dice Ferretti. Per questo scenografo e regista hanno fatto ricorso ai disegni di Thomas Kirkbride, un medico americano vissuto nel XIX secolo, trovando un complesso manicomiale, il Medfield State Hospital chiuso nel '60 e mai restaurato, come perfetta location. Ma tra le fonti c'è anche il lavoro dello psichiatra James Gilligan, che negli anni '70 fu direttore del contro di igiene mentale della prigione del Massachussetts, e partecipò alla riforma seguita alle molte denunce di maltrattamenti e soprusi sui pazienti, tra cui il documentario di Wiseman Titicut Follies.
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