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Tre uomini in controluce, con i volti ridotti a buie silhouette in un teatro dismesso dopo il naufragio di una vita in comune. Le lampadine penzolanti illuminano a intermittenza cataste di piatti rotti. Evocazione di una violenza domestica che non sempre, per fortuna, arriva alle cronache dei giornali sotto l'etichetta di femminicidio. Ma è sempre espressione di un potere impotente. Quello di maschi contro femmine che si ribellano al dominio atavico, che vogliono dire la loro, magari alzare la voce o prendere l'iniziativa se non addirittura lasciare.

Ce lo racconta, alla Festa di Roma, il documentario di Elisabetta Lodoli Ma l’amore c’entra? La regista ha intervistato tre uomini che hanno picchiato le mogli o compagne ma che ora sembrano disposti al cambiamento. Spinti da una denuncia o da pressioni della donna terrorizzata dalle loro esplosioni di rabbia hanno accettato, spesso a malincuore, un percorso terapeutico. Paolo, Luca e Giorgio (i nomi sono di fantasia) si considerano - o si consideravano - normali padri di famiglia. Magari un po' fumantini e pronti alla lite. I loro destini si sono incrociati presso il centro LDV (Liberiamoci dalla Violenza) dell’Ausl di Modena dove lentamente e faticosamente hanno preso coscienza che i loro comportamenti normali non sono.

Il film li lascia parlare, garantendone l'anonimato e usando quindi immagini di paesaggi padani, filmati di repertorio sulla famiglia italiana o ancora il set di cui parlavamo all'inizio. Ascoltandoli emerge un quadro desolante di un’educazione sentimentale mancata. Stereotipi culturali, famiglie patriarcali dove le donne mangiavano dopo gli uomini, una presunta animalità incontrollabile e soprattutto l'impossibilità di accettare una donna come soggetto autonomo, ma anche la visione della coppia come un ring in cui si misura il potere dell'uno o dell'altra ("mia moglie mi ha accalappiato"). E spesso se ci sono i figli è anche peggio. Le interviste sono state raccolte nell’arco di due anni dalla regista insieme alla sceneggiatrice Federica Iacobelli e alla produttrice esecutiva Roberta Barboni: sarebbe interessante che il progetto potesse continuare e magari sfociare in un film di finzione con un solido background antropologico. 

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