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Torino. Dopo i documentari realizzati su due grandi del teatro, Luca Ronconi e Eugenio Barba, il montatore e regista Jacopo Quadri questa volta sceglie come protagonisti due semplici contadini toscani che prestano il nome al titolo del film, Lorello e Brunello, in concorso a Torino 35.
Un lavoro narrativo più complesso perché riferito non a personaggi famosi ma ai gemelli Brunello e Lorello Biondi che a Pianetti di Sovana (Grosseto), in Maremma toscana, mandano avanti tra grandi fatiche quotidiane e difficoltà economiche la fattoria di famiglia. Lavorano tutto l’anno, senza pause, dall’alba al tramonto, perché la terra e gli animali chiedono cura e accudimento costanti.

I gemelli devono badare a 400 pecore, mungerle e tosarle, arare e seminare i campi, raccogliere il fieno, costruire recinti, aggiustare le macchine agricole, vegliare contro la minaccia dei lupi che stanno ripopolando il territorio. E’ questa attività costante, scandita nei quattro capitoli delle stagioni, in una campagna dura e ventosa che il documentario di Quadri ci mostra. Accanto ai due gemelli Ultimina che li ha visti nascere, Giuliano e sua mamma Wilma, Mirella, fidanzata rumena di Brunello.
“Vedevo Lorello e Brunello sempre al lavoro e il film è in fondo il pretesto per conoscerli da vicino - spiega il regista - Hanno accettato subito la proposta, erano contenti perché si sentono un po’ invisibili. E vogliono andare avanti nonostante tutto perché semplicemente la terra che possiedono va lavorata e non si può abbandonarla, altrimenti diventa presto macchia, boscaglia. Chi lo fa tradisce”.

Il film parte come un approfondimento sul mondo contadino contemporaneo e finisce per essere il racconto di una resistenza, quella del piccolo agricoltore: al mercato globale che nelle piazze internazionali determina i prezzi dei prodotti, per loro di latte e grano; alla tentazione di vendere la terra ormai poco remunerativa; agli Antinori che trasformano in vigne le terre acquistate in zona, rafforzando quel latifondo sconfitto dai loro nonni.
Quadri conosce i due protagonisti dal 1991. “Lorello è un po’ il capo, Brunello è quello che non si fa mai domande, non va mai in paese. Nessun problema per entrambi durante la lavorazione del film, avevano una fiducia totale. Erano infastiditi solo quando le riprese avvenivano anche in cucina durante il pranzo, per loro un momento intimo. Ho sempre cercato di essere rispettoso perché è un film su persone a cui voglio bene, sono un po’ il loro fratello maggiore”.

Spesso nel film vediamo i due gemelli alle prese con la costruzione di vari recinti, necessari nella gestione dei loro campi e terre, tant’è che uno dei gemelli si lascia scappare la battuta “Se ci vedesse Trump ci chiamerebbe a fare il muro”. In fondo quei recinti sono un po’ la metafora della condizione d’assedio che i due fratelli contadini sentono di vivere. “Insieme a loro è sotto assedio l’esistenza dell’intera dimensione di vita e di economia contadina. Il pericolo, quello contro cui continuano a lottare, non è solo il fallimento economico, è lo sgretolamento della loro stessa identità ed è a quest’atto di resistenza che ho voluto dare corpo e voce”.
E Quadri - forte dell’esperienza maturata a fianco di registi quali Gianfranco Rosi e Alessandro Rossetto - ha utilizzato una mini troupe composta di due operatori e un fonico che hanno seguito passo passo i due contadini, con un girato finale di ben 180 ore che ha richiesto un grande lavoro di montaggio.

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