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BERLINO – Si confronta con la piaga dell’alcolismo tra le tribù dei nativi americani, un tema tenuto abbastanza sottotraccia da cinema e media americani, il film del regista iraniano Babak Jalali, Land, presentato a Berlino nella sezione Panorama e coprodotto, insieme a Francia, Olanda e Messico, dall’Italia, che ne è il principale finanziatore (grazie a MiBACT, Torino Film Lab, Asmara Films e Rai Cinema) e che coproduce anche un altro film della giornata di oggi, L’animale di Katharina Mueckstein (Panorama Special). “E' una storia americana realizzata interamente con produttori europei. Non c’è un soldo americano in questo progetto, sottolinea il regista, segno che è un tema di cui gli USA non hanno molta voglia di parlare, preferendo perpetrare l’immaginario legato a certe pellicole con gli indiani e i cow boy”. Nonostante gli alcolici siano ufficialmente proibiti nei territori di molte riserve indiane, dette appunto asciutte, appena si varca il confine sono numerosi i negozi di liquori che si mantengono principalmente col facile guadagno della vendita di alcol a indiani alcolisti. Luoghi di perdizione gestiti da bianchi che, tra tensioni sociali e violenza latente, ospitano quel popolo un tempo fiero e combattente, ormai allo sbando e senza speranza. Una situazione denunciata pubblicamente qualche anno fa anche da un gruppo di anziani delle tribù del Sud Dakota, che fecero causa alle maggiori case produttrici di birra americane, rivendicando, come per il tabacco, una responsabilità indiretta rispetto alla salute dei consumatori. Perché al di là di alcune tribù, come i Seminole in Florida, che vivono un certo benessere frutto di turismo, casinò e royalties degli Hard Rock Cafè, la verità è che molti gruppi tribali americani vivono ancora in una condizione di povertà, e spesso analfabetismo, dove a farla da padrone è un tasso di alcolismo tra i più alti d’America (un neonato su quattro nasce con sindromi legati all’abuso materno di liquori) e, insieme al diabete, l’alcol rimane tra le principali cause di morte. “Sono da sempre interessato alla cultura dei nativi americani, in particolare alla loro condizione attuale che non conoscevo bene prima di leggere un fotoreportage del Guardian su una riserva del Sud Dakota- racconta il regista, che continua: "Immagini che mi hanno scioccato per la durezza della vita unita alla bellezza dei paesaggi, e mi hanno ricordato il mio Paese d’origine, l’Iran. Anche lì ci sono molte zone isolate, in un certo senso dimenticate dal governo delle città principali, i cui abitanti vivono questo senso di isolamento che è anche uno stato mentale. Così ho deciso di capirne di più e, prima di iniziare a scrivere il progetto, mi sono trasferito in Sud Dakota per un paio di mesi, spingendomi in seguito anche a visitare una trentina di riserve in America”.

Un approccio quasi documentaristico che si avverte nel piglio neorealistico di Land, che racconta, appunto, di una di queste tribù dove, tra problemi di dipendenze alcoliche e violenza, vive la famiglia dei Denetclaw, improvvisamente scossa dalla notizia della morte durante un combattimento in Afghanistan del figlio minore Floyd, tenete dell’esercito, l’unico che sembrava aver trovato una propria dimensione all’interno della società americana. Il fratello maggiore Raymond, è un ex-alcolista con moglie e figli e, nonostante senta una forte responsabilità verso la sua famiglia, rimane immobile ad osservare il mondo intorno a lui che va in rovina, impotente e chiuso in se stesso, quasi incapace di qualsiasi azione. Wesley, il più giovane dei figli ancora in vita, è un alcolista di mezz’età e la morte del fratello non sembra riguardarlo, l’unico scopo delle sue giornate è procurarsi a birra nel negozio di liquori al di fuori della riserva, dove la madre lo accompagna e lo va a riprendere ogni giorno lasciandogli una manciata di dollari per comprarsi da bere. Un rituale che sembra quello di una madre che accompagna il figlio a scuola, crudele nella sua apparente irresponsabilità, ma che, invece, trasmette tutta la rassegnazione e la totale accettazione di un genitore per il proprio figlio e i suoi fallimenti.  

Il ritratto di un’America di frontiera poco raccontata, pervasa da un diffuso senso di disperazione e rassegnazione e da cui traspare il disagio di intere comunità, relegate in fazzoletti di terra dove si barcamenano in una vita apparentemente senza speranza, totalmente ai margini della nazione più potente e ricca al mondo. “All’interno delle riserve ci sono regole e leggi peculiari, sono zone completamente separate dal resto dell’America, territori che sono anche oggetto di transito di merci e di contrabbando, e dunque luoghi, in un certo senso, al di là della legge: un altro aspetto della frontiera che mi interessava esplorare”, conclude il regista.

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