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Dal 28 marzo arriva nelle sale Il vegetariano, lungometraggio di finzione di Roberto San Pietro, prodotto e distribuito da apapaja, realizzato con il sostegno del MiBAC-Direzione Generale Cinema e in collaborazione con Rai Cinema. Prima assoluta all’Anteo di Milano, giovedì 28 marzo (in replica l’1 e 3 aprile). Successivamente arriverà a  Reggio Emilia, Bologna, Mantova, Bergamo, Venezia, Firenze, Roma e in altre città italiane.

Il film girato tra il Gange e il Po, è la storia di Krishna, un giovane immigrato indiano, che vive nella campagna emiliana (dove risiede una delle più grandi comunità indiane, colonna portante della filiera del Parmigiano Reggiano) e lavora come allevatore. Quando una mucca improduttiva sembra destinata al macello, Krishna sarà costretto a fare una difficile scelta che metterà in crisi molte delle sue convinzioni religiose.

Il regista ha collaborato per lungo tempo con Olmi e con il Teatro alla Scala di Milano; il giovane protagonista, Sonny - indiano sikh in Italia da quando aveva 14 anni - è invece alla sua prima esperienza cinematografica.

"Il film è ambientato nelle campagne italiane bagnate dal fiume Po dove vivono da anni numerosi indiani, provenienti soprattutto dalla regione agricola del Punjab. Molti hanno trovato lavoro come mungitori negli allevamenti bovini, non solo perché tale mansione non è più gradita agli italiani, ma anche,pare, per la particolare attenzione che avrebbero nella cura delle vacche, per loro sacre - spiega il regista -  E’ una realtà che mi ha subito incuriosito. Sono andato a vedere gli allevamenti dove gli indiani lavorano. Ho visitato i loro templi, grandi e affollati come quello sikh di Novellara,oppure minuscoli e sperduti nella campagna come quello induista di Fabbrico. E mi sono fatto raccontare le loro storie.

Una mi ha colpito in modo particolare. Un indiano, vegetariano come molti altri, da semplice mungitore era diventato responsabile di un allevamento di vacche da latte. Fra i suoi compiti ci sarebbe dunque stato anche quello di decidere quali animali, non più produttivi, avrebbero dovuto essere avviati al macello. Questa mansione l'aveva mandato completamente in crisi, obbligandolo a fare i conti con un nucleo secolare di convinzioni come la metempsicosi e il rispetto per tutte le forme di vita. La vicenda mi è sembrata uno spunto molto bello per un film.Mi avrebbe permesso, fra l'altro,di intrecciare, in un contesto attuale e insolito, due tematiche a me care: animalismo e filosofia indiana - conclude Roberto San Pietro - E l’idea tutta indiana di una fortissima interdipendenza fra tutte le forme di vita - uomini, animali, piante è il cuore della storia raccontata: come reagisce una persona profondamente legata a quella cultura, una volta catapultata in un mondo, il nostro, che ha fondato la sua idea stessa di progresso sull’assoggettamento della natura all’uomo, sullo sfruttamento prevalentemente economico delle risorse naturali?".

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