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CANNES - Portrait De La Jeune Fille En Feu. Il ritratto del titolo è un ritratto su commissione e un ritratto che Céline Sciamma fa dell’universo femminile. Quattro donne (cinque, una figlia si è suicidata) in scena, sette in conferenza stampa - oltre all’autrice e alle interpreti anche la produttrice e il direttore della fotografia, per un trionfo delle donne, in un continuum dentro e fuori il grande schermo di questo film, che arriva in Concorso.

1770, un castello bretone, una fanciulla ormai donna, Héloïse (Adèle Haenel, già Premio César come Migliore Attrice per The Fighters) soffre il dolore interiore di essere promessa in sposa ad uno sconosciuto italiano: il rifiuto fa un’eco assordante anche per la volontà della madre - Valeria Golino - che desidera le si faccia un ritratto di nozze, con l'escamotage di presentare la pittrice Marianne (Noémie Merlant) quale dama di compagnia, il cui racconto è un ricordo in flashback (la fine è l'inizio del film, sostanzialmente).  

Sciamma mostra l'origine del sentimento umano, nel ricorrente richiamo del mito di Orfeo e Euridice, fino al realismo che impone di procedere soffocando le emozioni per dare atto a ciò che è socialmente prescritto. Il femminile si disegna nella confidenza, nella tensione saffica, nella graduale condivisione, nel confessarsi malesseri mestruali, aspirazioni alla vita conventuale piuttosto che matrimoniale, nel limite di non poter abortire liberamente. Questo succede tra Marianne e Héloïse, complice anche la giovane cameriera di famiglia, non meno parte di tutto questo mondo al femminile. Il tutto si dice e succede con un tocco delicato e raffinato, sia nella sceneggiatura, sia nella bellezza della visione: entrambe sofisticate, essenziali, eleganti, portate per mano dal silenzio ricorrente, solo apparente limbo immobile. 

È particolare e molto affascinante guardare Valeria Golino interpretare in costume, così abituati a personaggi contemporanei per lei. Golino dice di aver “protestato in tutte le maniere – con Céline Sciamma – a cui domandava: ‘perché proprio io come contessa madre?’. Mi spaventava che fosse un personaggio malinconico, che aveva perduta la figlia maggiore suicida. O forse, sotto sotto desideravo il ruolo della giovane in fiamme… Il mio personaggio è molto triste per la sua perdita e si rinchiude in una modalità di vita molto tradizionale. Infine ho ceduto, impossibile resisterle, Céline è un’amica affezionata e un enorme talento, che ha forte ascendente su di me: con lei sono arrivata a costruire un universo, a cui mi ha fatta affezionare, perché nella vita siamo amiche gioiose. Ho recitato senza mai partire per la tangente, lei sapeva esattamente cosa desiderava e la direzione da indicarmi: un modo efficace, tutto diverso dal rapporto che abbiamo nella vita personale!”.

“Nel film creo un dialogo amoroso, e il suo contrasto: cresce la passione, con riferimento alla mitologia della ‘musa’; si tratta di un film d’amore, che passo passo porta all’innamoramento”, dice Sciamma nella conferenza stampa, accanto alle due protagoniste, Adèle Haenel e Noémie Merlant, che “ha scoperto un ruolo complesso, un personaggio potente e molto moderno, che sceglie di rompere con le convenzioni. Con Céline abbiamo intrapreso un viaggio, lei mi ha supportata: abbiamo condiviso nel reciproco rispetto, mi ha mostrato una sua visione del mondo”, queste le parole dell’attrice che interpreta il ruolo della pittrice, mestiere su cui Sciamma riflette dicendo che “c’è un’analogia e un’opposizione con quello del regista: un film è una forma attuale di dipinto”. Quest’ultimo il soggetto scardinante del film, “costruito su Adèle” - per Sciamma - che risponde dicendo come la regista sia “una grande creatrice, con cui ho amato esplorare le possibilità concesse dalla recitazione, e il potere delle conseguenti emozioni. Mi sono ispirata alle maschere del teatro giapponese, sono stata portata ad indagare la discontinuità psicologica del mio personaggio”. Un personaggio che ha certo personalità, ma altrettanto fa parte di un “coro femminile” capace di parlare di “contemporaneità e sensibilità, pur ambientandosi nel ‘700. Il tema era ricostruire i costumi come reali, non risultare sovversiva perché non volevo fare un manifesto politico, ma una storia che tentasse di mostrare la psicologia delle persone. Le mie donne penetrano davvero nelle reciproche menti e l’idea era che tutto fosse organico”, ha concluso Céline Sciamma.

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