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“Non volevo realizzare un film ‘contro’ per denunciare la presenza delle basi militari in Sardegna, il nostro territorio ospita infatti il 60% di tutto il demanio militare italiano, perché ho sempre visto questa situazione non come atipica ma come fosse la normalità e in questo scenario ho ambientato una storia semplice, essenziale, di vita quotidiana: quella di una famiglia, in particolare il rapporto tra un padre e una figlia”.

Mario Piredda, classe 1980, è al suo primo lungometraggio, L’agnello, presentato nel Concorso di Alice nella città, che vede protagonista la 17enne Anita (Nora Stassi) che vive insieme a suo padre Jacopo, malato di leucemia e bisognoso di un trapianto. I tempi d’attesa per la ricerca di un donatore sono troppo lunghi rispetto al progredire della malattia, e purtroppo non sono compatibili per un trapianto né Anita né suo nonno Tonino – un vecchio pastore che abita sull’altopiano, accanto a un’area militare. Jacopo ha un solo fratello, Gaetano, ma i due non si parlano da anni a causa di una vicenda che non sembrano intenzionati a dimenticare. Con l’aiuto del nonno, ad Anita non resta che presentarsi a casa dello zio, determinata a ricucire gli strappi del passato, pur di convincerlo a fare le analisi che potrebbero salvare la vita di suo padre.

Il film si ricollega ai temi già trattati nei lavori precedenti da Piredda, in particolare la presenza di basi militari in Sardegna (Io sono qui, 2009) e la famiglia (A casa mia, 2017, premio David di Donatello). Il film accenna appena al fatto che la grave malattia del padre potrebbe essere causata dall’inquinamento provocato dagli esperimenti militari in prossimità della sua abitazione, è la figlia a sollevare il dubbio, ma il regista non va oltre, non insiste nella denuncia. “Ai margini di questi territori, secondo le stime l’incidenza tumorale ha raggiunto - ricorda comunque l'autore - picchi altissimi imputabili all’ingente presenza di polveri radioattive, residui delle esplosioni e delle esercitazioni. La relazione tra attività militari e salute non riguarda solo i soldati, ma anche i pastori, i civili che lavorano nelle basi e gli abitanti dei centri vicini”.

Da sempre Piredda è inoltre interessato ai legami di sangue. Soprattutto l’ha incuriosito indagare come per due fratelli, nel momento in cui entrambi decidono di interrompere il loro rapporto, la scelta diventi definitiva. “Forse fa parte del carattere dei sardi, che sono chiusi e duri - aggiunge il cineasta - e il film affronta il conflitto tra un’adolescente e l’eredità lasciata, per non dire imposta, dalle generazioni precedenti, in un’altalena emotiva di lotte e rassegnazioni di fronte ad un mostro invisibile che, per quanto ben mimetizzato, è sempre presente”.

La protagonista, Nora Stassi, è un’attrice non professionista, con una breve esperienza teatrale e un lavoro di educatrice dell’infanzia: “Io mi sento molto Anita, la mia anima e la sua penso che si sfiorino ogni tanto ed è allora che nascono delle emozioni che il film restituisce”. Il regista più che l’attrice ha cercato il personaggio girando tutta la Sardegna, gli interessava trovare una ragazza sarda, anche senza esperienza attoriale, una giovane che potesse arricchire il personaggio da lui e dallo sceneggiatore creato. Alla fine la casting director ha scovato Nora in un bar di Cagliari e ha fatto un provino che la prima volta non è andato benissimo per il suo carattere un po’ duro e selvaggio. “Poi mi ha colpito il suo vissuto e come lo raccontava, cercavo un personaggio ironico, anche un po’ sarcastico e l’avevo trovato”, sottolinea Predda.

Quanto al finale la produzione ha dato al regista la possibilità di girarlo a distanza di mesi dalle riprese. “Sentivo la necessità di far passare del tempo nella storia, e che fosse evidente nel film, tant’è che passiamo dall’inverno all’estate. L’agnello è un racconto di formazione ma atipico, perché di solito il protagonista vive un grosso cambiamento, mentre per Anita questo non avviene, la vita continua a scorrere, come prima. Non mi sono preoccupato troppo se il finale fosse con o senza speranza, ho voluto semplicemente raccontare come vanno le cose. Se la conclusione sia positiva o negativa lo lascio decidere allo spettatore”.

Il film è una produzione Articolture, Mat Productions con Rai Cinema, con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, con il supporto di Fondazione Sardegna Film Commission e Società Umanitaria – Cineteca Sarda e sarà distribuito in primavera 2020 da Articolture.

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