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E' dedicato a Hevrin Khalaf, l'attivista curda per i diritti civili, trucidata il 13 ottobre in Siria, il ritratto che Giancarlo Bocchi riserva alle combattenti curde contro l'Isis, nel documentario Le ragazze della Rivoluzione, presentato in preapertura della 18/a edizione del Roma Independent Film Festival (15 - 22 novembre). Un viaggio che il documentarista fa partire in Iraq da Makhmur, "la capitale segreta del Pkk in Kurdistan, dove vivono le famiglie di 12mila rifugiati politici. Recentemente è stata più volte bombardata dalla Turchia, che ha agito nell'impunità, perché fa parte della Nato nonostante quello di Erdogan sia un regime totalitario", dice il regista.

Nel film si prosegue per altri luoghi simbolo della lotta dei curdi all'Isis come Sinjar, vicino al confine con la Siria e Kirkuk. "La nostra lotta non è solo per il popolo curdo - dice Tamara, che comanda una formazione tutta femminile di combattenti - ma anche per tutte le altre etnie oppresse". Bocchi, nel dialogo con gli studenti di scuole superiori che hanno assistito alla proiezione, ha esordito ringraziando "le amiche curde che hanno combattuto conto l'Isis e sono state tradite dal mondo, a cominciare dagli Stati Uniti". Oggi "non si dà più notizia dei massacri che continuano a avvenire", sottolinea il cineasta, che ha realizzato Le ragazze della Rivoluzione come parte di "Freedom women", una serie di documentari su donne che lottano per la libertà e la difesa dei diritti civili, oltre che in Kurdistan, anche in Cecenia, Afghanistan, Colombia, Birmania e Sahara Occidentale. Bocchi è preoccupato per la crisi attuale innestata dai turchi: "Credo che Erdogan non si fermerà, e nello scontro che ha al centro anche gli interessi di sunniti e sciiti, ne faranno le spese i curdi". Nel documentario vediamo le combattenti in scene di guerra e pattugliamento e immagini più quotidiane, come i pochi momenti di riposo e conviviali. "Inizialmente non avevamo esperienza di combattimento, abbiamo visto tanti nostri compagni morire. La guerra non è stata una scelta, ma una necessità - spiegano le guerrigliere -. Il popolo curdo oggi "non ha bisogno di ragazze che si sposino, di quelle ce ne sono già tante ma che combattano per liberarlo". Le combattenti curde "considerano la vita e gli ideali come un tutt'uno - aggiunge Bocchi - un concetto che nella nostra società ci dimentichiamo sempre più spesso".  

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