/ NEWS

TORINO –  Al TFF in Festa Mobile e nelle sale il prossimo anno con Vision Distribution, Nour di Maurizio Zaccaro racconta una delle storie che Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa divenuto simbolo della strage dei migranti, ha raccolto come monito per le coscienze nel suo libro Lacrime di sale, edito da Mondadori. Protagonista una ragazzina siriana di dieci anni, Nour, separata violentemente dai genitori, che ha affrontato da sola il viaggio verso l’Europa attraverso il Mediterraneo. La bambina si ritrova a Lampedusa, tra i sopravvissuti a un naufragio, spaurita e alla ricerca disperata della madre. Se ne prende cura il medico dell’isola, Pietro Bartolo, che cerca di ricostruire il passato della bambina e aiutarla ad affrontare il futuro, facendo letteralmente di tutto per trovare sua madre. A vestire sullo schermo i panni di Pietro Bartolo, Sergio Castellitto, a cui il regista ha chiesto di non interpretare il medico ma solo di evocarlo, così come nel film quello che succede a Lampedusa viene solo evocato. Perché, come sottolinea Zaccaro,  “a Lampedusa ti trovi catapultato in un mondo particolare, che andava messo in scena con umiltà e con la consapevolezza che quella che volevamo raccontare è soprattutto una storia universale”.

“Dopo aver letto il libro mi si è aperto un mondo e il cuore”, rivela il regista che sottolinea di non aver voluto fare uno spin off di fuocammare. “Pietro Bartolo ci ha fatto incontrare la sua famiglia allargata, che sono gli abitanti di Lampedusa, che sono poi intervenuti nel film e si sono prestati a fare gli attori, qualcosa che ha dato autenticità e credibilità al film e ci ha permesso di lavorare sul confine tra vero e verosimile di manzoniana memoria. Nulla, in questo film, poteva essere ricreato in modo posticcio. Per essere credibile, Nour doveva collocarsi a metà strada fra il vero vissuto, descritto da Bartolo, e il vero narrato, quello di Sergio Castellitto che lo interpreta”.

Rispetto alla veridicità delle storie raccontate Pietro Bartolo, oggi europarlamentare, garantisce: “Nour è vera, così come è vero il bambino morto col pantaloncino rosso, che sogno ancora oggi la notte, ed è vero che non avevo il coraggio di dire al suo papà che era morto. In queste storie non c’è finzione. Ho vissuto esperienze straordinarie in mezzo a tanto dolore e atrocità, mi sento un privilegiato. Solo che fa tanto male vedere che oggi c’è gente che ormai si è assuefatta a queste disgrazie, che si gira dall’altra parte, che racconta in televisione delle non verità. Bisogna scuotere le coscienze delle persone, e io ho cercato di farlo con tutti i mezzi che avevo a disposizione”.

Ma anche i termini usati per dare corpo alle cose sono importanti, ammonisce Bartolo, che si definisce un non-eroe, una persona normale, perché salvare una vita non può essere considerato un atto eroico, ma un obbligo e una responsabilità: “Non sono migranti e tantomeno flussi, come li chiamano ultimamente. Sono persone, come i tanti bambini che ho trovato morti dentro i sacchi per i cadaveri, vestiti a festa, perché erano arrivati a pochi metri dal porto e le madri li avevano preparati. Un gesto che voleva dire: vedete, i nostri figli sono vestiti bene, sono proprio come i vostri. Ma invece non ce l’hanno fatta. Non è possibile che tutto questo possa accadere ancora oggi”.

Su un murales di Lampedusa, paese di mare e per questo abituato a considerare tutto quello che viene dal mare come buono, ricorda Bartolo, campeggia la scritta 'Proteggere le persone, non i confini'. “Siamo tutti cittadini di questo mondo, abbiamo tutti il diritto di vivere una vita dignitosa. Il colore non fa la differenza, è solo un vestito, dentro siamo uguali. Persone con le stesse aspettative, speranze, e lo stesso diritto di avere sogni”.

“La migrazione non è un problema, è un fenomeno a cui trovare una soluzione. Ma l’unica soluzione possibile deve partire da un approccio umano, equilibrato e lungimirante”. Tutti possono aiutare, senza andare troppo lontano, non c'è bisogno di diventare tutti volontari a Lampedusa: una pacca sulla spalla, una carezza, un abbraccio, un gesto che riveli che vediamo i migranti innanzitutto come esseri umani. Un po' come la favola del colibrì dell’Amazzonia che racconta Zaccaro in chiusura della conferenza stampa: durante un incendio invece di scappare l'uccellino si dà da fare per portare dell’acqua col suo piccolo becco per spegnerlo. Interrogato dagli altri animali della foresta che lo esortano a scappare e a mettersi in salvo, risponde: "Io faccio la mia parte, voi fate quello che vi pare".

VEDI ANCHE

TFF 2019

Ad