/ NEWS

TORINO – Viene in mente la Ballata delle donne di Edoardo Sanguineti guardando il documentario di Simone Manetti Sono innamorato di Pippa Bacca, presentato a Torino (nella sezione Doc Desiderio) proprio in occasione della Giornata Mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. “Femmina penso, se penso la pace/ pensarci il maschio, pensare non piace”. E ancora: “Perché la donna non è cielo, è terra/ carne di terra che non vuole guerra”. Nipote di quel Pietro Manzoni famoso per la “Merda d’artista”, Pippa Bacca, al secolo Giuseppina Pasqualino di Marineo, è stata un’artista italiana che venne brutalmente stuprata e uccisa nel 2008 in Turchia, durante la performance Spose in viaggio, in cui, insieme all’artista e amica Silvia Moro aveva deciso di intraprendere un viaggio simbolico dall’Italia verso Israele, per diffondere un messaggio di pace vestita da sposa. Il progetto era quello di arrivare a Gerusalemme come luogo di unione e pace, in autostop, passando per tutti i Paesi che sono stati distrutti dalle guerre. Per celebrare un matrimonio tra popoli e dimostrare che relazionandosi e dando fiducia agli altri si può riceve in cambio solo bene.

Spose in viaggio traeva ispirazione dal matrimonio di un’amica di Pippa, durante il quale l’artista aveva notato che la sposa continuava a dire a tutti di fare attenzione al suo vestito, di non sporcarglielo. Così lei aveva avuto l’intuizione di fare, invece, un vestito da sposa che si sporca, che raccoglie su di sé, che viene usato. Fatto di undici veli, come il numero dei Paesi che pensava di attraversare, con una mantellina che avrebbe usato durante tutto il viaggio per asciugare i piedi alle ostetriche, un modo per ringraziarle della loro capacità di far nascere la vita dove è più difficile. 

Il documentario ricostruisce, con vario materiale di repertorio anche inedito, girato dalle stesse spose, quel suo ultimo viaggio, interrotto in maniera così assurda e straziante. Lo fa intessendo al materiale di repertorio un racconto completamente al femminile, in cui a parlare di Pippa sono la madre, le quattro sorelle, la compagna di performance Silvia Moro, che raccontano il suo passato, la sua formazione artistica, quella implacabile urgenza espressiva, la necessità di compiere gesti audaci per entrare in dialettica con il mondo.

Il film parte dai preparativi delle due artiste, con le immagini del momento della partenza e del saluto agli amici, alle sorelle, alle famiglie. Tutto è gioioso eppure in qualche modo già malinconico, in sottofondo la musica senza tempo di una fisarmonica, dei bambini che danzano e il cibo, rigorosamente tutto bianco, candido come gli abiti nuziali indossati dalle performer. La partenza in vespa con il fidanzato dell’epoca, la prima tappa in un paesino italiano e le interviste con le tv locali che incalzano: “Ma non è rischioso fare l’autostop?” Domanda a cui Pippa, che ha avuto un’infanzia anticonformista, risponde senza esitazione: “Non ho paura perché lo faccio sempre, suppongo solo che in abito da sposa possa provocare più turbamento nelle persone che ti caricano. I Paesi poveri, o che sono stati poveri recentemente, hanno molto forte il concetto di aiutarsi reciprocamente”. Ma esserle fatale fu proprio un autostop, dopo che Pippa aveva deciso di dividersi da Silvia e di fare un pezzo di strada separate. Quel simbolo di condivisione, scambio e affidamento, quel passaggio che non si rifiuta mai, paradossalmente così amato da sempre dalla sua famiglia.

“Il fatto di cronaca ha da subito oscurato la potenza artistica del gesto intrapreso dalle due spose – rimarca Simone Manetti. L’obiettivo di questo film è, invece, quello di tralasciarlo per dare spazio, respiro e dignità al grande gesto messo in atto da due donne, vestite da spose, che, affidandosi al prossimo, avevano deciso di celebrare un simbolico matrimonio con l’umanità”. Perché, come dice con coraggio la madre di Pippa nel documentario: “Per me Pippa è vincente comunque perché ha lasciato una traccia, il suo lavoro non è andato perduto”.

VEDI ANCHE

TFF 2019

Ad