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CANNES - Un’icona, Jane Birkin. Sinonimo della swinging London, la maison Hermès ha coniato una borsa in suo onore, ed è stata consacrata al cinema da Michelangelo Antonioni, in Blow-Up: questa storia, però, già la si conosce, mentre – salvo sfumate tracce – quella più intima, profondamente interiore, riflessiva dell’anima della madre di Charlotte Gainsbourg no. 

Ed è proprio sua figlia, l’unica adesso, la seconda anagraficamente – Kate Barry s’è lanciata dal quarto piano del suo appartamento parigino, nel 2013 – ad avere una fame vitale del pensiero emotivo della mamma, 75 anni, nel documentario famigliare Jane par Charlotte, presentato nella sezione Cannes Première

Charlotte Gainsbourg ha iniziato a filmare sua madre come per tornare ad immergersi nel suo liquido amniotico, come non aveva mai fatto. La reciproca discrezione, esplicitata nel film come dato del carattere di entrambe, non aveva mai permesso un avvicinamento tanto intimo, che la macchina da presa non ha però ingessato o reso artificiale, bensì s’è dimostrata l’altrettanto discreto occhio, silente ma captante un amore che ha quasi il sapore di un testamento: uno scambio garbato ma non trattenuto, riflessioni sul tempo, sul passato, sulla morte, sulla necessità di apparire per la propria essenza e non per la propria estetica, una sostanziosa riflessione sui “se…” della vita

Un vis-a-vis tra due donne, una madre e una figlia, due madri al contempo – infatti nel doc compare spesso anche Jo, la figlia più piccola di Charlotte -, seppur la più adulta, Jane, sia orfana della prima maternità, vena viva che ricorrentemente scorre nelle parole, nella memoria. Una drammatica tragedia familiare ha segnato le loro esistenze, costringendole a vivere separate per molto tempo: "Siamo state distanti per sei anni. Charlotte aveva bisogno di trasferirsi a New York dopo la morte di Kate e l'ho compreso molto bene. Ma mi sono ammalata, non sono potuta andare a trovarla ... Kate è stata la mia prima figlia. Charlotte la mia seconda. Si chiede se sia stata amata allo stesso modo, abbiamo trascorso meno tempo da sole. Forse questo documentario è un'ottima scusa per esserlo. Proprio tra noi due. E non voglio finisca qui … Mi ha permesso di trascorrere del tempo con Charlotte. Sono felice di questa esperienza perché ha rivelato cose che non sapevo, che forse per pudore non ha mai osato dire. Questo documentario è per me una rivelazione tanto quanto l'opposto”, ha confidato Jane Birkin alle colonne di varie testate francesi.

Il rapporto tra Jane e Charlotte non è sempre stato dorato: Gainsbourg, figlia di Serge, non ha mai nascosto che crescere all'ombra di un'icona non sia stato lieve per lei femmina, figlia di una mamma all’apice della propria bellezza, estetica che l’ha messa in crisi come creatura dello stesso sesso. Eppure, qui Jane Birkin, con naturale accettazione del trascorrere del tempo, di cui porta degnitosamente sul volto i segni dell’età, confessa a Charlotte che, per esempio, dopo la scomparsa di Kate la linea del suo corpo s'è modificata, oppure che, in un passato decisamente glorioso, decise di tagliarsi i capelli corti, a costo di aver un’aria mascolina, perché desiderava che le persone ascoltassero l’essenza della sua voce, e non si limitassero a guardarla. E poi Jane fa un’interessante spiegazione a Charlotte, a proposito della sostanza dell’essere umano: nello specchio si osserva il tempo che trascorre ma basta sposarlo e appoggiarsi le mani sul viso, toccarselo, per riconoscere se stessi, la propria essenza, nonostante tutto…

Con Jane par Charlotte si compie un viaggio sincero e complesso nell’esperienza della relazione, che con questo film sembra si sia arricchita intimamente, ma anche un vero e proprio viaggio itinerante, dalla Bretannia a New York, passando per Parigi, per quell’appartamento di famiglia rimasto immobile, quasi come una biografia famigliare formato museo, perché quando loro stesse, per la prima volta, ri-entrano insieme nella casa riconoscono di avvertirne profumi, sensazioni, immutate, quelle di un tempo andato, sempre nonostante tutto… E questo “tutto” è davvero Kate, quintessenza del documentario, presente altrettanto quanto Jane e Charlotte. 

"Mi sembra che l’obiettivo che ci siamo poste sia essere libere a tutti i costi. Io non voglio essere libera", dichiara Charlotte nella voce fuori campo del film, un pensiero che, affermato da una donna di 50 anni e nello specifico contesto, restituisce pienamente il cordone ombelicale sempre sussistente, forse addirittura ri-trovato, con la propria mamma.

 

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