/ NEWS

Cercare sé stessi è sempre una sfida difficile, e lo diventa più che mai in un momento di estrema precarietà. Il Covid sembra aver confermato questa condizione. Se prima si era soprattutto preoccupati del futuro prossimo, per ragioni principalmente economiche, oggi diventa difficile programmare perfino quello più immediato, tra ordinanze che cambiano in continuazione, imprevisti, il clima di rischio costante, incertezze e timori per sé e per i propri cari. E naturalmente, il problema economico non si è affievolito ma, semmai, acuito. L’era del ‘Save the date’ è diventata quella del ‘Change the date’. Nessuno è più sicuro di nulla, tantomeno di sé stesso.

L’era dell’”esserci” – esserci a un festival, esserci a un evento, esserci su facebook, esserci nel mondo – sta gradualmente declinando, perché non possiamo – o non vogliamo – più esserci sempre e comunue, e ovunque. Evitiamo assembramenti, evitiamo impegni futili, ci concentriamo su noi stessi. Il rischio individualismo è forte, ma anche la prospettiva di farne tesoro. L’era dell’”esserci” potrebbe tornare ad essere quella dell’”essere”, e non solo dell’esistere. Si può tracciare un percorso in questo senso anche nella selezione di alcuni film di fiction delle Giornate degli Autori, che proprio sulla ricerca di sé stessi sembrano volersi concentrare.

Giulia, di Ciro De Caro, racconta di una donna costantemente divisa tra il bisogno di sentirsi amata e a casa e una selvaggia e sacrosanta voglia di libertà. Si ritrova letteralmente in mezzo a una strada e inizia, in maniera tutta sua, a cercare un rifugio e un posto nel mondo. Tra un illusorio desiderio di maternità e qualche espediente per sbarcare il lunario, passa i giorni più caldi di una torrida estate romana con dei personaggi dall'esistenza vuota, inafferrabili eppure puri e meravigliosi come lei. In una sospensione fatta di niente (e di tutto), Giulia comprende che sta a lei decidere come vivere, o non vivere, la vita.

I nostri fantasmi, opera seconda di Alessandro Capitani con la fotografia di Daniele Ciprì, Michele Riondino tra i protagonisti e la partecipazione di Alessando Haber, narra di Valerio e suo figlio Carlo, di sei anni, che vivono nel sottotetto della casa da cui sono stati sfrattati. Ogni volta che arrivano nuovi inquilini, li terrorizzano inscenando la presenza di fantasmi, nella speranza di tornare a vivere nell’appartamento "di sotto". Per Carlo è un gioco che lo protegge da una vita misera e da una mamma assente. E per un po’ funziona, finché non arriva Myriam in fuga con la piccola Emma da un marito violento. Ma lei dei fantasmi non ha paura… Ci sono echi del pluirpremiato Parasite di Bong Joon-ho, ma il regista preferisce definirlo “un fantasy neorealista. Ci sono i grandi temi: il lavoro, la casa, la violenza sulle donne, ma è anche un po’ fantasy. C'è una dimensione brillante e gioco con i generi, li mescolo…. Forse è un po’ più com'era la commedia all'italiana in cui si ride e si piange e il dramma si mescola al sorriso. Come nella vita vera, insomma”.

Culmine del percorso è Californie di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman, unico italiano in concorso, che narra le vicende di Jamila, osservandone da vicino i radicali mutamenti del corpo così come quelli di desideri ed obiettivi. Girato nell'arco temporale di cinque anni, è la poetica ed avvincente rappresentazione di quante decisioni, apparentemente irrilevanti, determinino il futuro di un individuo, in bilico tra farcela e il soccombere di fronte alle difficoltà.

“La protagonista – raccontano i registi – l’abbiamo incontrata durante le riprese del nostro film precedente, Butterfly, il suo primo piano apre e chiude il film. All’epoca aveva nove anni. Aveva un ruolo piccolo, ma significativo. Lo sguardo ci è rimasto impresso, sia a noi che al pubblico. Siamo tornati a Torre Annunziata apposta per conoscerla, e da lì è partito il percorso di questo film, che però non è un seguito, anzi, segue un percorso tutto suo. Butterfly era un documentario mentre questo è scritto e sceneggiato, anche se di fatto, non sapevamo esattamente dove saremmo andati a parare. E’ un film di fiction sviluppato in maniera del tutto particolare”.

I temi sono molto personali, e viene spontaneo chiedersi se il Covid e tutto quello che ne è conseguito possa distogliere l’attenzione da essi: “Non crediamo  - dichiarano prontamente Cassigoli e Kauffman – i giornalisti stanno dietro alla notizia e già è difficile mantenersi sul tempo, ma se fai un lungometraggio hai tempi di lavorazione ampi, non abbiamo mai pensato a questo. Tutto nasce da situazioni che viviamo e incontriamo, speriamo che si tratti sempre di storie universali e che funzionano sempre, i cui temi non muoiono da un anno all’altro. Questo è il bello di un film. Certo tanti film vengono girati a Napoli, ma cerchiamo di non farci influenzare in nessun modo dalle tendenze, pensiamo a raccontare la nostra storia e basta”.

La pellicola si sviluppa nell’arco di cinque anni, durante i quali la protagonista cresce ‘realmente’, come in Boyhood: “Certo – continua il duo – ci abbiamo pensato. E’ un mini Boyhood, ma non avevamo la possibilità o la voglia di farlo in dodici anni. L’elemento tempo è sicuramente importante, ma non c’è tantissimo materiale che abbiamo girato e poi tagliato. La cosa più difficile era tenere insieme la troupe durante tutto questo tempo, e a livello produttivo, convincere chi doveva finanziarci di un progetto che appunto aveva tempi molto estesi, e su cui non c’era esattamente un percorso delineato, anche se si trattava di un film di fiction. Non ha un impianto documentaristico, ci piaceva che ci fossero ‘vuoti’ dove si poteva immaginare cos’era successo nella vita della ragazza, li trovavamo interessanti. Lei ancora non ha visto il film, è una ragazza sveglia e istintiva, che ha contribuito al racconto. A livello creativo è stata una sfida, siamo molto soddisfatti”.

VEDI ANCHE

VENEZIA 78

Ad