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VENEZIA - “Questo è solo l’inizio”. Così termina Dune, il film. 

Potere. Genitorialità. Sogno. Ma anche ecologia, eredità, viaggio. Dune – dal pluripremiato romanzo di Frank Herbert (1965, premio Nebula e premio Hugo, massimi riconoscimenti della narrativa fantascientifica) -, il film diretto da Denis Villeneuve, in prima mondiale alla Mostra, dove arriva Fuori Concorso portando con sé un carico di aspettative nel pubblico, che viene indubbiamente soddisfatto.

Caladan, pianeta oceanico, anno 10.190: il duca Leto Atreides (Oscar Isaac) viene chiamato alla gestione del pianeta desertico Arrakis (o Dune), al termine del controllo dittatoriale da parte della Casa Harkonnen, giurata nemica della Casa Atreides, cui erede è l’adolescente Paul (Timothée Chalamet), figlio anche della concubina Jessica (Rebecca Ferguson), da cui ha ereditato capacità distopiche, visioni di un oscuro futuro prossimo, poteri per cui viene anche messo alla prova dalla Reverenda Madre della sorellanza esoterica delle Bene Gesserit (Charlotte Rampling), cui aderisce con fede la mamma. La terra d’approdo degli Atreides è il paradiso de “la spezia” – preziosa sostanza di vita eterna, capace di poteri superiori e di condurre in viaggi interstellari: il Duca comprende che la chiamata è pericolosa, probabilmente una missione mortale, ma accetta e parte con la famiglia e i fedelissimi – Duncan (Jason Momoa), anche mentore di Paul, Gurney (Jason Brolin), Thufir Hawat (Stephen McKinley Henderson); l’approdo è su un pianeta che conta la presenza di una popolazione indigena, Fremen, al cui vertice guida Stilgar (Xavier Bardem).  

Il film – che ammalia lo sguardo con una messa in scena visionaria e suggestiva, e convince per una lineare proposta di storytelling senza vezzi o arzigogoli narrativi – è un adattamento del primo dei sei volumi dell’universo del Ciclo di Dune creato dallo scrittore statunitense: “Quando l'ho letto da bambino mi aveva colpito il viaggio alla ricerca dell'identità, la malinconia, la sensazione di isolamento bellissimo con l'eredità alle spalle. Questo mi aveva commosso”, spiega Villeneuve, che dunque conferma di portare con sé questa storia da un tempo molto lungo e foriero di meditazione. “Quando Herbert ha scritto Dune, negli Anni ’60, faceva un ritratto del XX secolo, una previsione di cosa sarebbe successo nel XXI: il film è ancora più attuale oggi, per le miscela tra religione e politica, per le figure messianiche, e i problemi ambientali. Il film, credo, parlerà in questo momento al mondo più di quanto non possa aver fatto 60 anni fa: penso sia ora di agire, dare un esempio, perché è la sopravvivenza ad essere in gioco, come racconta il libro”, continua l’autore canadese, per cui “La sfida più difficile è stata trovare un equilibrio: il romanzo entra tanto nei dettagli e quindi la sfida è stata la ricerca dei dettagli e delle informazioni per il pubblico che non conosce la storia, cercando di essere il più cinematografici possibile: credo che il film abbia un risultato sorprendente. Se il pubblico si sente sicuro al cinema, li incoraggio alla sala, perché è stato creato e girato pensando a quest’ultima: è un'esperienza fisica questo film e lo schermo fa parte dell'esperienza”. 

Denis Villeneuve costruisce una coreografia scenografica complici i punti di vista della macchina da presa e gli effetti speciali, non puntando però solamente sull’incanto della visione, ma affidandosi anche ad un coro di interpreti solidi e pertinenti, in primis Timothée Chalamet nel ruolo di eletto, che per il regista “ha un'intelligenza fortissima. Con lui mi sono molto confrontato intellettualmente e ci siamo detti che fosse necessario sprofondare nelle emozioni, così mi sono affidato a lui, come nella sequenza con Charlotte Rampling: lì ho capito la sua genialità d'interprete. Ho pianto di gioia dinnanzi alla sua capacità interpretativa”. 

“È il lavoro di una vita, per me. Ci siamo appoggiati l'uno all'altro – tra attori, durante le riprese - da un punto di vista emotivo: mi è piaciuta la versione cinematografica di David Lynch (Dune, 1984) ma, prima di cominciare a lavorare, Denis mi ha chiesto di fare una sua versione del film, dimenticato il passato, e ho seguito il consiglio”, spiega il talento franco-statunitense, che anche in quest’opera conferma la propria versatilità, contando sull’efficace espressività di un volto sempre malleabile all’emozione. 

“Quello che amo del film è che tutti abbiamo le nostre identità: la coscienza si forma progredendo. Per Jessica si gioca tutto tra l'essere madre e le sue profonde convinzioni: parliamo di amore vero. La mente è la sua identità, accanto alla protezione naturale del figlio che si ama”, spiega Rebecca Ferguson del suo fortissimo personaggio materno, che controbilancia anche l’essenza puramente umana del padre, il Duca, per cui Oscar Isaac dice: “Non so se Leto sia proprio la guerra: è il personaggio più umano, non ha poteri speciali, solo governa Caledan. Lui cerca di insegnare come accettare l’eredità di bruttezza e cattiveria, cose fuori dal tuo controllo, spostandosi più su un aspetto di umanità ideale”. 

Questa è la famiglia Atreides, cui contrapposta c’è quella “allargata” della tribù Fremen, cui mentore e capo è il personaggio interpretato da Xavier Bardem, persona dalla pubblica e certa coscienza ecologista: “L'autore del libro credo si preoccupasse di cosa sarebbe successo al mondo, se avesse la capacità di tenerci tutti in vita sani: eccoci qui ad affrontare una pandemia, una situazione disastrosa. Il mio personaggio difende l'aspettò ambientale del pianeta affinché il suo popolo sopravviva: ho sentito, così, una connessione mentale e emotiva”. 

Il film dà eco alla propria epica anche con le musiche, di Hans Zimmer: “Quando ho deciso di fare il film, Hans è stato il primo artista a cui ho chiesto di partecipare: lui mi ha detto che era uno dei suoi sogni più grandi fare la colonna sonora di Dune. Zimmer ha fatto ricerca sonora per mesi, uscendo dalla sua comfort zone: ciascuno in pandemia ha cantato e suonato nella bolla della propria casa, e così siamo riusciti a costruire la colonna sonora”, spiega ancora Villeneuve.  

Il film – che nel cast annovera anche la figura femminile di Chani (Zendaya), giovane Fremen, e che nel finale chiude il capitolo senza sospensioni narrative, seppur con possibilità di aperture prossime – esce in sala con Warner Bros. dal 16 settembre.

 

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