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Arriva in sala il 24 febbraio con Universal il Belfast di Kenneth Branagh, visto alla Festa del Cinema di Roma. L'uscita segue di poco l'annuncio delle nomination agli Oscar dove ci si aspetta che abbia varie nomination.

La "compassione - dice il regista in un incontro in streaming organizzato da 'Variety' - è stata l'elemento fondante per ritornare a esplorare una situazione tanto complicata, l'inizio di "avvenimenti sociali e politici opprimenti che avrebbero portato 30 anni traumatici nell'Irlanda del Nord. 

 Lo sguardo "di un bambino di nove anni mi è sembrato il più umano e empatico - aggiunge il cineasta - per raccontare una famiglia in cui molti possono rivedersi, nel non essere preparati ad affrontare stravolgimenti come quelli". Il lungometraggio che ha nel cast l'esordiente Jude Hill (scelto da Branagh dopo aver provinato oltre 300 bambini, per interpretare il suo alter ego di nove anni, Buddy) , insieme a Jamie Dornan, Caitriona Balfe, Judi Dench, Ciaran Hinds, Lewis McAskie, dopo la vittoria al Toronto Film Festival, sta conquistando candidature e premi nei principali concorsi della stagione, dai Golden Globes agli Screen Actors Guild Awards.

Belfast è un "ritorno a casa", scritto nelle prime settimane di lockdown, nel quale il cineasta britannico, classe 1960, racconta la sua infanzia nella natia capitale nord irlandese, che la sua famiglia, protestante, ha lasciato nel 1969 per trasferirsi in Inghilterra all'inizio della prima fase dei Troubles, gli scontri fra Irlandesi Cattolici Repubblicani e gli Irlandesi Protestanti Unionisti.

Girato principalmente in bianco e nero, il film segue attraverso lo sguardo innocente di Buddy, l'impatto delle tensioni crescenti a Belfast, che portano il conflitto in forme sempre più evidenti, anche nelle strade di quartiere. Una situazione che spinge i genitori del bambino (Dornan e Balfe, chiamati nel film semplicemente Ma' e Pa') a confrontarsi sulla necessità di trasferirsi in Inghilterra, dove l'uomo già lavora e la volontà di restare. A cercare di aiutare la famiglia, l'affetto dei nonni di Buddy (Hinds e Dench), che lo aiutano a comprendere ciò che sta succedendo.

"C'è chi in quel periodo ha sentito di dover avere il coraggio di andarsene; chi ha scelto di restare ed ha trovato il modo di adattarsi a quel mondo così diverso, costantemente in tensione, una scelta che ha richiesto un altro tipo di coraggio e chi abbiamo letteralmente perso... sono morte oltre 3000 persone nel conflitto lungo 30 anni dolorosi e tragici. Il film è dedicato a tutti loro - ricorda Branagh -. Io tengo i grandi temi politici sullo sfondo, e mi concentro su come una famiglia cosiddetta 'normale', trovi il modo di andare avanti con grandi e piccole scelte, di fronte a tali stravolgimenti e difficoltà. Da storie come questa possiamo tutti imparare, e qui c'è il valore aggiunto delle straordinarie performance di questo incredibile gruppo di attori, che mettono cuore, anima e mente nel rappresentare questi personaggi".

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