/ NEWS

Enrico Vanzina, prolificissimo, implacabile osservatore di usi, abusi e (s)costumi della società italiana sia con la macchina da presa che con quella da scrivere, pubblica un journal intime compilato via via lungo l’ultimo decennio: Diario diurno (HarperCollins). Una vera e propria collana dalle mille perle, e dalle mille esperienze raccontate con humour impagabile. Alcune perline.        

"Mi piace Sorrentino, un po’ beat, un po’ artista, ma anche un po’ borghese napoletano. Quando sorride è simpatico. Credo di stare simpatico anch’io a lui. Tutte le volte che incontro dei veri cineasti sento che invidiano bonariamente il mio passato trascorso in un’antica famiglia di cinema. Hanno un grande rispetto per il cinema di tanti anni fa. Per Germi, Risi, Monicelli, Papà [Steno, NdR]".    

"Le strade sono semideserte. Poche macchine, pochissima gente. Pochi rumori, anche. Ogni giorno, attraverso le vetrine dei negozi vuoti, vedo commessi annoiati, quasi spaventati da quel silenzio spettrale che ha invaso i loro locali. È la crisi che colpisce duro. È la crisi che azzanna l’allegria, la gioia di uscire per sentirsi vivi. In un altro momento avrei detto: Che meraviglia questa città vuota, tutta mia. Invece penso: Che tristezza questa Roma senza personaggi che la animano. Ecco, mancano i personaggi. Roma è diventata l’immensa scenografia di una commedia che non va in scena. Nelle case la gente è rintanata come ai tempi del coprifuoco. Si mangia presto, si chiacchiera un po’, si legge, si va a letto presto. Si dorme male. Volevano spaventarci? Ci sono riusciti. Questa è una Roma terrorizzata. Ma senza il coraggio di dirlo. È una Roma gelata dalla paura. È una Roma che si sveglia, ogni mattina, con l’incubo di dover affrontare una giornata nuova. Si comprano i giornali. Le cattive notizie riempiono i titoli delle prime pagine, ci scivolano addosso come pioggia tossica, pioggia nera. Dai palazzi del potere non arriva mai una buona notizia. È una guerra di numeri e di nervi. Nessuno sussurra messaggi di speranza. Ci sarà una fine a tutto questo? Tornerà un raggio di sereno? Niente. Il cielo è plumbeo, sadicamente grigio. Sulle nostre teste e sul nostro futuro pesa una cappa di disperazione tangibile". 

"Arrivato alla mia età, mi sembra che quasi tutti i proverbi, sinonimo della saggezza che si tramanda nei secoli, siano delle grandi menzogne. E che andrebbero riscritti in chiave buffa. Tipo: chi fa da sé, fa più fatica. Oppure: chi va piano, arriva dopo. Ricordo un divertente aforisma del mio padrino di battesimo, Marcello Marchesi: 'Chi va piano, va sano e viene tamponato poco lontano'. Più si guarda il lato leggero delle cose e più si sfiora la saggezza. Ride bene chi ha i denti. Chi trova un tesoro trova un sacco di amici. Chi si inferma è perduto. Ama il tuo prossimo: non questo, il prossimo. Meglio una gallina oggi che fa l’uovo anche domani. Se son rose, poi sfioriranno. L’ormone fa la forza. Casa mia per piccina che tu sia, mi costi una cifra di tasse. Can che abbaia, lo sbattono fuori dal condominio. Errare umanum est, perservare ovest. Chi la fa, tiri la catena (questa l’ho letta nel bagno di un autogrill). Insomma, si è saggi rigirando comicamente il pensiero corrente. Che di solito è stolto".        

"Ripercorrendo questo diario, questa mia piccola cavalcata nel tempo che parte da Acqui Terme e si conclude a Roma, sotto Covid prolungato, mi sembra davvero di assomigliare un po’ al curioso Marziano a Roma di Flaiano, a contatto con un’Italia incomprensibile e contraddittoria. Un paese popolato da mostri e da figurine magnifiche. Da rari amici di pensiero e da molti squallidi opportunisti della cultura. Tutto procede, quasi sempre, al peggio. Scompaiono persone ammantate da luce accecante e nascono a mazzi oscuri personaggi senza qualità. Il ricambio è a perdere. D’altronde, da ragazzo, ho giocato ai cavalli e so che quando si scommette su qualcosa si perde sempre. Come nella vita. Non esiste un’assicurazione contro le delusioni e le ingiustizie. Resta, però, il gusto del Tempo che scorre. Se uno ci prova, può sentire il suono dei battiti delle lancette che sfiorano i numeri del quadrante. È un fruscio quasi consolatorio. Il Tempo che vola via. Portandosi dietro non solo i ricordi più belli ma anche le piccole malefatte che talvolta pesano sulla nostra coscienza. Poi leggeremo la parola fine, come in un film. Già, forse la vita è un film. Perché le parole di una vita, impresse su una pagina bianca, sono come un film sullo schermo. Straniante finzione". (2022)

VEDI ANCHE

EDITORIA

Ad