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Racconta che stesse scrivendo con Filippo Bologna un altro film, Leonardo Pieraccioni, quando gli giunse l’idea di “un prete che eredita di un bordello in Svizzera” e quella lampadina è stata “come lo ‘yuppi du’ di Celentano, per cui poi è difficile pensare di mettere un'altra parola” altrettanto efficace, così il regista toscano riferisce il concepimento di Il sesso degli angeli, suo 14mo film da regista e interprete, in uscita in 400 sale

“Ci piaceva raccontare i primi bilanci che si fanno alla mia età (57 anni, ndr), quando cominci a intravedere i 60: ci ha divertito far chiedere al mio personaggio se abbia fatto bene o male nella vita, aiutato dal ‘diavolo’, il meraviglioso Massimo Ceccherini”, lo zio da cui don Simone – interpretato dallo stesso regista – riceve la “gioiosa” eredità.

Così “altro tema del film è la redenzione: io sono dovuto andare in questi bordelli svizzeri, per lavoro s’intende, e ho parlato con un direttore di cinque locali, che mi ha detto che tutte le lavoratrici del sesso, anche quelle che hanno una maggior inclinazione naturale al mestiere, hanno un piano B ed è questa la parte bella della nostra storia, il momento in cui le nostre ragazze ne prendono coscienza”, spiega Pieraccioni, che senza dubbio è “assolutamente favorevole all'apertura delle case chiuse! In Italia si dice che non si possa per via della presenza del Vaticano: ma mi sembra strano...”. E poi, “Sì, si devono assolutamente spostare i preti! Ne sono convinto”. 

Lena, la tenutaria della palazzina sita a Lugano, in cui si svolge l’attività di prostituzione, è interpretata da Sabrina Ferilli, che” c'è venuta subito in mente, doveva essere elegante”, spiega il regista.   

“Mi piace il suo stile, lui ha una vena romantica, le sue sono commedie eleganti. La mia adesione è stata prima alla persona e al regista, poi alla sceneggiatura, scritta su corde che mi aspettavo di leggere”, commenta l’attrice, che riflette: “La prostituzione esiste, è un reato lo sfruttamento: ci troviamo come sempre davanti all'ipocrisia di questo Paese. Sono problemi che vanno oltre l'etica, diventano problemi politici. Ma questo non riguarda solo la prostituzione. Il cinema è stato sempre una voce libera, che spesso analizza il paradosso e la multipla morale. La prostituzione è una professione ma non viene regolamentata per il sentire del presunto buon costume”.

Accanto a lei sulle scena, il fedelissimo sagrestano di don Simone, Giacinto, ovvero Marcello Fonte di cui: “mi sono innamorato in Dogman”, riferisce Pieraccioni. “L'ho chiamato informalmente e lui mi ha chiesto ‘ma io so' capace a fa’ la commedia?’. Per me lui ha tutti i colori luccicanti che un attore deve avere. Ha fatto qualcosa che se avessi chiamato un comico puro l'avrebbe fatto come me: mentre lui ha fatto una performance sospesa, come è nella vita. E poi mi divertiva molto che, laddove per don Simone è l'inferno, per lui e il paradiso”, infatti il casto personaggio di Fonte, subito dopo un po’ di sgomento per l’entità dell’eredità, comincia a sentirsi a proprio agio con la disinvolta bellezza femminile lasciata in dono dallo zio Waldemaro (Massimo Ceccherini, assente alla conferenza stampa perché sul set del prossimo film di Matteo Garrone, che ha contribuito a scrivere), presente in forma “fantastica” nel film, in quanto ufficialmente deceduto, profilo del personaggio calzante con la costante favolistica delle opere di Pieraccioni.

“Io sono della generazione che frequentava tantissimo gli oratori: a Sant'Ambrogio passavo tantissimo tempo, mentre oggi ‘l’oratorio’ della mia figliola è una video chat. Io ho sentito molto il prete alla ricerca degli abbracci, che spesso e volentieri ha avuto solo chi li viveva negli Anni ‘50 e ‘60. Per la mia Fede, sto tra San Tommaso e Margherita Hack, tra lei e Paolo Poli non so chi ne abbia dette di più feroci con eleganza: per me, finirà con un grande ‘boh...’ ma qualora mi si presentasse Dio gli direi ‘ci ho sempre creduto!’. Quando qui mi sono vestito da prete ci ho creduto, abbiamo girato a San Salvi, in passato un centro di igiene mentale: un giorno m'ero un po' innervosito e ho cominciato a camminare e lì nel giardinetto ho incontrato due signore, mi sono messo a parlare così poi m'è venuto a chiamare un collaboratore, prendendomi per mano come si fa coi matterelli, che poi a far l'attore..”, ironizza Pieraccioni, alludendo alla “sana follia” del mestiere, che per lui abbraccia sempre il tono della commedia, sempre più chiamata a misurarsi con il politicamente corretto: “Stiamo esagerando: sì, prima eravamo un po' pecorecci, ma bisogna sempre contestualizzare le battute; c'è stato un momento in cui abbiamo ecceduto, ma adesso si fa nel senso opposto. C'è uno scalino enorme tra il parlare colorito e il rappresentare nello spettacolo: questo sentire si stempererà... ora è l'apice. La comicità funziona che se al posto di una parola colorita ci metti il sinonimo italiano non fa ridere e rischia di diventare volgare”. 

Il sesso degli angeli viene distribuito da 01 Distribution dal 21 aprile, al cinema: “Non sento una responsabilità: dovevamo fare lo scorso anno il film, poi c’è stata la pandemia, e doveva uscire a febbraio scorso: il pubblico è sempre stato talmente generoso con me che, se lo sarà anche questa volta, dovrò andare porta a porta a ringraziarlo; comunque, meglio 30/40 persone di pubblico ma in sala, in sala! Quando parte un film in sala è una goduria, un piccolo rito, sempre fantastico. Io mi pongo il problema di far uscire la gente felice. Quelli come me, hanno Troisi capostipite, il primo a fare film in cui ‘il cappottino’ è cucito addosso: io dirigo i miei film perché conosco i miei limiti. La signora che al semaforo a Torino mi disse ‘Mi hai fatto star bene un'ora e mezza’ è la mia missione, tutto il resto (premi) è grasso che cola”, aggiunge ancora Leonardo Pieraccioni. 

“È un film per tutti, girato con una freschezza fantastica. Sarebbe stato facile vendere questo film alle piattaforme, avremmo guadagnato di più, ma avrebbe tolto identità al nostro cinema”, chiosa Paolo Del Brocco, AD di Rai Cinema.  

 

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