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CANNES – Dopo avere affrontato in un modo inedito e sconvolgente l’edipico tabù dell’incesto con il suo capolavoro Old Boy, con cui vinse il Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes del 2004, il regista coreano Park Chan-wook torna in Concorso pronto a cimentarsi con un altro limite inviolabile, quello che separa il poliziotto dai suoi sospettati.

Decision to leave è un dramma investigativo che sfrutta alcuni topos del giallo per raccontarci un conflitto umano e sentimentale tra due persone, in qualche modo impossibilitate ad amarsi. Tutto inizia nel più classico dei modi: una scena del delitto e una coppia di investigatori chiamati a capire se l’uomo precipitata dalla vetta di una montagna sia caduto accidentalmente, per suicidio o se sia stato spinto nel vuoto. Il detective capo Hae-joon (Park Hae-il) è un uomo chiaramente brillante e appassionato del suo lavoro (“ho una buona notizia per te – gli dicono a un certo punto – c’è stato un omicidio), un uomo tutto d’un pezzo costretto a una relazione a distanza con la moglie amorevole. Ma quando dovrà interrogare la giovane moglie della vittima, la cinese Seo-rae (Tang Wei), qualcosa in lui cambierà per sempre. La sua solerte professionalità verrà intaccata dal fascino della donna e la sua investigazione diventerà ben presto un modo per entrare a contatto con lei, a discapito del buon esito del caso. Da qui in poi qualunque altra informazione sarebbe da considerare spoiler, per un film che lavora sapientemente sull’ambiguità dei propri protagonisti.

“Il poliziotto è gentile per indole, anche se è costretto a spiarla. È il suo lavoro. – spiega il regista – Ma poi inizia a farlo anche fuori dagli orari di lavoro: è una relazione molto speciale, perché normalmente sei interessato a una persona e il sentimento cresce pian piano, fino a diventare amore. Mi piace come negli interrogatori ci sia un margine di pericolo perché non puoi rivelare te stesso alla persona che hai davanti”.

Il thriller e l’azione, fanno da colonna portante a un film che riesce ad amalgamare al suo interno tantissime anime: quella romantica ovviamente, quella tragica, ma anche quella squisitamente comica, con tanti momenti di sana e leggera ironia. Una serie di stimoli che si alternano e si sostengono a vicenda, rendendo le quasi due ore e mezza di visione un concentrato di puro intrattenimento.

Al di là della scrittura, Park Chan-wook mette in mostra tutte le sue abilità registiche, in particolare una cura maniacale per il montaggio, capace di portarci nella mente, spesso confusa e alterata del protagonista, e per le scelte musicali, mai scontate. Il regista spiega ad esempio, l’utilizzo di un brano di musica classica all’interno di una delle scene più emozionanti del film: “La cruciale scena durava 13 minuti e questo brano di Mahler calzava alla perfezione. Adoro la musica classica, ma era già stato usato in Morte a Venezia di Luchino Visconti e non volevo copiarlo. Non riuscendo a trovare niente per rimpiazzarlo, alla fine mi sono detto: perché non posso usare questa sinfonia proprio come ha fatto Visconti?”.

Il regista tesse la sua trama, senza mai sentire l’esigenza di portare in scena momenti che attirino l’attenzione in maniera facile e scontata. Nessuna scena di sesso, nemmeno accennata, nessuna violenza gratuita: “Ho sempre definito Decision to leave un film per adulti. So che dicendo così le persone si sarebbero asoettate un film erotico o particolarmente cruento, ma in questo film non avevo bisogno di nudità e violenza e quindi ho fatto esattamente l’opposto”.

Al termine della visione, la voglia è quella di rivedere d’accapo l’opera, per cogliere tutte le sfumature di significato di un film pieno di elementi di trama eppure caratterizzato principalmente dalla psicologia dei due protagonisti e dall’equilibrio instabile del loro legame. Un legame difficile da definire, come il colore cangiante di un vestito usato da Seo-rae in uno dei momenti decisivi del finale, quando si scontrano nel giro di pochi minuti due simbolismi molto forti: quello delle montagne nascoste dalla nebbia e quello del mare che tutto divora. “Le montagne e il mare sono due universi che volevo rappresentare, - conclude il regista - sono molto diversi tra di loro, proprio come i due protagonisti, che sono della stesa specie ma hanno diversi background. Quando vedi le montagne e il mare, a volte vedi il blu a volte il verde, dipende dal clima. Volevo comunicare che non puoi saper chi è davvero una persona. Per questo il colore del vestito a volte sembra blu o verde o turchese. Non si può capire una persona come non si può capire il colore del vestito”.

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