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Johnny Depp è uscito vincitore dal processo contro la moglie Amber Heard. La giuria ha decretato che lei lo ha diffamato e dovrà pagare all'ex marito 15 milioni di dollari di danni: una cifra inferiore ai 50 chiesti dall'attore ma pur sempre gigantesca e più del doppio degli alimenti ricevuti al momento del divorzio.   

Questo il verdetto  dopo sei settimane di processo e 13 ore di deliberazioni in camera di consiglio.

Heard ha accolto a capo chino la lettura della sentenza. Johnny è ancora in Gran Bretagna e poco prima della lettura del giudizio a lui favorevole era stato fotografato in un pub di Newcastle. L'attore aveva fatto causa all'ex moglie chiedendo "almeno" 50 milioni di dollari di danni sulla scorta di un editoriale da lei firmato sul 'Washington Post' nel 2018. L'articolo intitolato "Ho parlato contro la violenza sessuale e dovuto far fronte all'ira della nostra cultura. Questo deve cambiare" non menzionava Depp per nome. Amber aveva rilanciato con una controquerela quando un avvocato di lui aveva definito le sue accuse "un imbroglio".

Tuttavia, non è ancora finita.

Uscita distrutta e praticamente al verde, Heard prepara l'appello. "Avevamo una montagna di prove che sono state soppresse", ha detto l'avvocatessa dell'attrice, Elaine Bredehoft, intervistata sulla Nbc nel day after del verdetto.    "Amber non ha i soldi per pagare l'enorme risarcimento a cui l'hanno condannata i giurati di Fairfax", ha aggiunto l'avvocatessa, secondo cui nel corso del processo "sono state ammesse cose che non avrebbero dovuto esserlo e questo ha confuso la giuria. Mentre il team di Johnny è riuscito a sopprimere una montagna di prove", tra cui quelle emerse nel processo contro il "Sun" del 2020 a Londra.   

In quella causa vinse il tabloid che aveva definito Depp "uno che picchia le donne". Stavolta la giuria ha stabilito che i due ex coniugi si sono diffamati a vicenda ma Depp ha ottenuto molto di più.

"Amber è stata demonizzata dagli avvocati di Johnny e sui social media", ha detto l'avvocatessa Bredehoft, lamentando una sconfitta del movimento #MeToo: per la prima volta dallo scandalo Weinstein, ha prevalso in corte la nozione che sta alle donne che denunciano un maschio, soprattutto se celebre e potente, l'onere di dimostrare che dicono il vero, non viceversa.  

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