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Stanno per tornare i Minions, i simpatici sgherri del Cattivissimo Gru di Cattivissimo Me, che da quando sono comparsi oltre dieci anni fa nel primo film della serie non hanno fatto che mietere successi. Dopo Cattivissimo me – un film in cui i Minions erano presenti, ma chiaramente col ruolo di comprimari – sono arrivati infatti due seguiti, nel 2013 e nel 2017, e nel frattempo un film del 2015 interamente dedicato a loro.

Pur avendo come protagonisti dei cosi gialli che parlano una lingua incomprensibile, incassò oltre un miliardo di euro e fu il quinto più visto dell’anno, poco dietro ad Avengers: Age of Ultron e davanti a Spectre, Inside Out e all’ultimo Hunger Games. Ora – dopo essersi tra l’altro allargati nei campi dei romanzi, attrazioni nei parchi, cortometraggi e videogiochi – sono tornati in Minions 2 – Come Gru diventa cattivissimo, che in Italia arriverà ad agosto e che negli Stati Uniti sta avendo ottimi incassi.

E già si sa che torneranno quantomeno in un altro film: il quarto Cattivissimo me, previsto per il 2024.

Sul motivo del loro grande successo si interroga intelligentemente Calum Marsh sul ‘New York Times’. “Un sabato mattina – racconta il giornalista con grande spirito di cronaca – durante l’estate del 2015, ero a una proiezione stampa di un film d’animazione, con un po’ di altri critici e un sacco di famiglie felici. Prima che iniziasse il film venne proiettato un trailer dello spin-off dei Minions. Non ho mai sentito un pubblico cosi estaticamente catturato in tutta la mia vita. La sala venne scossa da risate e applausi. I bambini attorno a me saltavano sulle sedie, gridando e gemendo in brodo di giuggiole. Quando il trailer terminò si rifiutarono di rimettersi al loro posto. Quando partì il film programmato un bambino in prima fila sembrò parlare per tutta la sala, quando gridò a squarciagola “VOGLIO I MINIONS!”.

Secondo Marsh, molto della formula del successo sta nella loro mimica e nel loro linguaggio. I Minions possono annusare pur senza avere narici, sentire pur senza avere orecchie, e parlano una mistura di versi con qualche raro termine inglese buttato in mezzo, il che li rende in qualche modo universali. Anche il loro essere tutti simili eppure diversi – chi basso, chi lungo, chi con un occhio solo, chi con due – li rende se vogliamo un modello di inclusività.

Secondo il regista Pierre Coffin, che ha diretto molti film del franchise, conta tantissimo l’influenza degli attori del cinema muto. Ha dichiarato infatti, dice Marsh “di essersi ispirato a titani del genere come Charlie Chaplin, Buster Keaton e Harold Lloyd e in particolare al loro dono di ‘raccontare una storia attraverso personaggi che uniscono umorismo, emozione e plasticità”.

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