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Maria, Matteo e Yole: tre vite ai piedi del Vesuvio, in un luogo unico al mondo, ricco di miti, storia ed evocazioni letterarie. Sono i protagonisti del docu-film Sul vulcano. Maria, che vive e lavora in un’azienda florovivaistica ai piedi di una villa vesuviana in abbandono, “coltiva” anche le proprie curiosità intellettuali ed è una custode discreta del vulcano. Matteo, pittore di talento, rimette in gioco le sue opere fatte con la lava, testimonianza di un legame profondo con la terra da cui non si è mai staccato. Yole, cantante “neomelodica”, vive la propria libertà di giovane donna conciliandola con un’autentica devozione per la Madonna, espressione popolare di un sacro che ha sempre caratterizzato il Vesuvio, da Dioniso/Bacco a San Gennaro. E se il proverbiale fatalismo partenopeo, dietro cui vive ancora oggi una diffusa devozione religiosa, derivasse proprio dalla presenza del vulcano, che per ben due millenni ha dato e preso alla gente che vive sotto di lui? “E’ una componente tipicamente partenopea – spiega il regista –  ma esistono un fatalismo buono e uno cattivo. Quello cattivo ti porta a dire che, dato che tutti dobbiamo morire, tanto vale diventare camorristi. Quello buono invece comprende che la natura è più forte dell’uomo, qualcosa con cui bisogna confrontarsi e fare i conti, che va oltre l’immediatamente visibile e può comprendere il sacro e la magia”.

Un’immagine partenopea diversa dai soliti stereotipi…

Torna utile in tempi di crisi, l’idea che l’uomo si debba ridimensionare rispetto a una natura capricciosa. E’ chiaro che la presenza del vulcano incide molto su questo modo di pensare dei napoletani e dei vesuviani in particolare. Si crea una forma mentis specifica e peculiare. Napoli viene facilmente esotizzata, specie da un certo tipo di cultura nordica, ma si tratta di una ferita aperta.

E ha scelto con molta cura i cantori di questa visione…

Cercavo dei sacerdoti del luogo. Da napoletano, mi volevo allontanare dall’immagine tipica del ‘vitalismo’ napoletano, che si vede in molti film anche molto riusciti come Le cose belle di Ferrente e Piperno. Ma Napoli ha anche aspetti più tristi, silenziosi, malinconici. La sofferenza che traspare dalla faccia di Eduardo De Filippo... Anche Pulcinella è una maschera malinconica. Così come volevo evitare l'effetto Gomorra, tutte cose che vanno bene ma che non rientravano nella mia ottica. I miei personaggi sono in sospeso e attendono qualcosa che può accadere da un momento all’altro. Volevo raccontare il vulcano geologico, ma anche l’universalità attraverso suggestioni letterarie particolari.

Ad esempio?

Ad esempio Giordano Bruno, i cui racconti ho affidato alla voce di Toni Servillo. Il suo ‘panteismo’ lo ha portato al rogo, ma questo mette bene in luce il suo rapporto con la natura, ed è diventato una sorta di nume tutelare. Per lui l’uomo era parte della natura stessa. Nel ‘De Immenso’ racconta un sogno fatto da ragazzo, dove il Monte Cicala, dove lui abitava, gli parlava. Gli diceva ‘io sono verde e piacevole, tu qui stai bene, ma se vuoi conoscere la vita devi fare i conti con mio fratello, il Vesuvio”.

Ma oggi chi è più pericoloso? Il Vesuvio, che potrebbe risvegliarsi da un momento all'altro, o l'uomo, che in meno di cent'anni ha prodotto danni d'ogni genere? E com’è stato possibile, tra case abusive e discariche, produrre tanta bruttezza in così tanta bellezza?

Col Vesuvio l’uomo i conti ce li ha fatti, ma li ha fatti male. Se costruisci case lungo le strisce laviche tradisci anche il rispetto che i contadini avevano verso il vulcano. Se dovesse accadere una tragedia, e prima o poi accadrà, sarà a causa dell’uomo che ha fatto più danni della natura costruendo in posti sbagliati e affollando quella terra. Portici è una delle città con la densità più alta d’Europa. I napoletani hanno dimenticato le loro responsabilità, l’antica sapienza di saper rispettare la natura. Le ville vesuviane abbandonate stanno peggio di quelle romane travolte dall’eruzione. Ma non è un problema solo napoletano. Vale per tutta l’Italia, l’Occidente, il mondo. La mia ambizione è di lanciare un messaggio universale. Spero di esserci riuscito.

Nella furia degli elementi c’è anche una forte carica spettacolare, sfruttata anche dagli americani per i loro kolossal. Ha visto Pompeii?
Sì, la trovo una pellicola molto godibile e di grande intrattenimento. L'ho vista con mia figlia, in 3D, è stato uno spasso. Certo è un Vesuvio molto diverso dal mio. Il mio lavoro si basa non sull’adrenalina ma sul suo esatto contrario, su quello che c’è sotto terra e che potrebbe arrivare inaspettatamente. E’ tutta tensione. Il mio è un film in levare e non in battere. E’ tutto giocato sul tentativo di controllare questa natura. Il mio pittore pulisce ritualmente la sabbia lavica che è inquinata dal mare, a causa dell’uomo – nuovamente – e le dà una forma nuova. Yole canta alla Madonna mentre la gente intorno danza quasi a voler simulare delle scosse telluriche. Insieme a quello siciliano, il popolo napoletano è uno dei più creativi del mondo. Non è vero che la paura uccide sempre l’anima. L’arte dà a Napoli quello che non gli dà la politica. E forse i politici dovrebbero guardare di più agli artisti.

Che percorso avrà il film?
Dopo Locarno, in autunno lo distribuiremo in sala e io lo accompagnerò in tour. Poi andrà in home video e nel 2015 in Rai, nella versione breve e in quella lunga. C’è in programma anche Annecy e l’idea di una distribuzione internazionale. Penso alla Francia, alla Svizzera e soprattutto alla Germania, paesi che sappiano cogliere l’irrazionale, perché certe cose con la sola ragione non te le spieghi. Nel 79 D.C., ai tempi della famigerata eruzione, i romani nemmeno sapevano che il Vesuvio fosse un vulcano. Era quieto da 300 anni, si era persa memoria della sua natura. Chiaro che abbiano pensato a qualcosa di sovrannaturale. Oggi però specie nei ceti medio-alti il sentimento del religioso si perde. Così come si fa distinzione eccessiva tra cultura alta e cultura bassa.

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