/ INTERVISTE

“Recitare accanto all’uomo che ha visto cose che noi umani non possiamo neanche immaginare è stata un’emozione indescrivibile”. A parlare è Nicolas Vaporidis, ospite del Taormina Film Fest con la moglie e collega Giorgia Surina, e il riferimento diretto è a Rutger Hauer. Con l’attore di Blade Runner ha diviso il set del film Il futuro di Alicia Scherson, in concorso all’ultimo Sundance Film Festival insieme a Un giorno devi andare di Giorgio Diritti, e in autunno nelle nostre sale, distribuito dalla Movimento Film.

Non era prevista a giugno l’uscita del film?

Sì, ma Mario Mazzarotto, che è anche il produttore, ha deciso di posticipare perché a giugno gli italiani non vanno al cinema, a differenza degli anglosassoni che si godono bei film e aria condizionata anche d’estate. Il film è già uscito in diversi paesi, io non vedo l’ora di presentarlo, ne sono davvero orgoglioso. Così come sono stato fiero di rappresentare l’Italia al Sundance, non mi ero mai sentito così piccolo: alle interviste avevo accanto James Franco, Jessica Biel e Nicole Kidman, era come scendere in campo vestendo in modo abusivo la maglia di Messi.

Lei è anche produttore, sta valutando progetti di esordienti?

Produrre è sempre più complicato, tanto più se si tratta di talenti emergenti o sconosciuti. I finanziamenti dello Stato sono sempre più ridotti, siamo tutti in un limbo da cui spero usciremo presto. Prima producevo con la Maori, adesso in via del tutto autonoma, e sto scrivendo delle storie con alcuni ragazzi: cerco di produrre quello che non mi propongono da attore, in genere mi fanno fare commedie. Vorrei interpretare sempre più film indipendenti, diversi, con un respiro magari più internazionale.

Ci direbbe il titolo di un film che l’ha colpita di recente?

Reality di Matteo Garrone, che racconta bene quanto sia pericoloso cercare il successo a tutti i costi, un film che tutti dovrebbero vedere. Mi piacerebbe essere diretto da lui, tra una commedia e l’altra ho sempre lavorato con autori, per esempio Marco Martani per Cemento armato e Alicia Scherson per Il futuro. Ora sarebbe bello essere diretto da Paolo Sorrentino, Michele Placido, Daniele Luchetti. Purtroppo sconto ancora pregiudizi nei miei confronti.

Di che genere?

Non voglio farne una questione personale, ma questo è il paese dei pregiudizi: c’è chi pensa che Toni Servillo non possa fare commedia, e mi sembra assurdo. Sono contento, invece, quando vedo Carlo Verdone in un bel ruolo drammatico, o Giorgio Faletti che da scrittore di noir grazie a Fausto Brizzi arriva ad essere candidato ai David di Donatello. Superare pregiudizi, mischiare le carte, avere registi pronti a stupire il pubblico e attori versatili: abbiamo bisogno di questo. E di un ricambio generazionale: non esiste una nuova generazione di attori, mi pare che ci sia un vuoto allarmante.

Da cosa dipende questo “buco generazionale” secondo lei?

Non abbiamo sceneggiatori in grado di raccontare i ragazzi per come sono oggi. A parte Scialla!, nessun altro film è stato capace di fotografare con successo le nuove generazioni. C’è un buco enorme che andrebbe colmato, così come c’è stato fino alla fine degli anni ’90, prima di Silvio e Gabriele Muccino, Brizzi e noi tutti. È un peccato, ci sono tanti attori talentuosi tra i ventenni, eppure vediamo solo Filippo Scicchitano sullo schermo. Dove sono i nuovi Riccardo Scamarcio, Elio Germano, Silvio Muccino? Dove sono le giovani attrici, la generazione che segue quella di Carolina Crescentini, Cristiana Capotondi, Laura Chiatti? E ancora, dove sono gli autori capaci di raccontare i ventenni di oggi e non relegarli a ruoli da ‘figli o nipoti di’, ma impostare intere storie su di loro? Oggi, a parte Federico Moccia - che poi è un cinquantenne che prova a raccontare gli adolescenti - nessuno sembra molto interessato a narrare l’universo giovanile.

Colpa anche di un cinema spesso poco coraggioso, che non scommette granché sui nuovi volti?

E che non è mai stato capace di coltivarli, soprattutto. Sfruttano i talenti che hanno, li spremono, poi li gettano e si mettono a cercarne di nuovi. Per cui in ogni tua scelta sei solo, non sei mai seguito, non sei tutelato, non sei sostenuto nel tuo percorso di crescita artistica e neanche nell’affrontare, magari, un’ondata imprevista di fama. Non c’è uno star system in Italia perché appena fai un film che va bene, ti fanno fare solo quel ruolo e quel tipo di film fin quando la gente non ne può più, né di te, né del genere di film che fai. E poi si creano i vuoti di cui parlavamo prima. 

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