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Presentato all’ultima Mostra di Venezia, trasmesso in nero da Telepiù che l’ha prodotto insieme a Paso Doble Film, il mediometraggio Vivere di Franco Bernini andrà in onda, purtroppo, in ora tarda sabato alle 23.55 per Raidue Palcoscenico. Il caso vuole che proprio in questo giorni la stessa storia raccontata da Bernini sia stata scritta da Christian De Sica e Graziano Diana per un film che verrà prodotto dalla Miramax, come hanno annunciato Fabrizio Lombardo e Angelo Perrone.
Vicenda identica dunque, quella de La porta del cielo, il film interminabile e mai terminato a cui Vittorio De Sica lavorò nella Roma occupata dai nazisti, sotto la protezione del Vaticano, per sfuggire alla richiesta di Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura popolare della Repubblica di Salò, o addirittura di di Goebbels in persona, di trasferirsi a Venezia per dare una mano all’attività cinematografica là spostata. Con una differenza non trascurabile: nel lavoro di Bernini non si fa cenno al fatto che De Sica salvò numerosi ebrei dalla deportazione scritturandoli per La porta del cielo.
Bernini ha preferito non affrontare questo aspetto della vicenda, ritenendolo non sufficientemente confermato dalle testimonianze raccolte.

Come è nato questo mediometraggio?
L’idea è venuta a Bruno Restuccia produttore di Paso Doble Film che, sulla scia di Il mio viaggio in Italia di Martin Scorsese, ha scritto un piccolo soggetto ispirato dall’episodio vissuto da Vittorio De Sica. Una storia vera, di cui si è scritto e detto in tante storie del cinema, in interviste a Vittorio De Sica, a Maria Mercader, a Aldo Tonti direttore della fotografia del film, nel romanzo “Celluloide" di Ugo Pirro. Qualcosa di più di un aneddoto, che nessuno mai aveva raccontato per immagini. Di qui l’idea di mescolare narrazione e materiali di repertorio, in un equilibrio da cui nasce uno strano oggetto dai diversi stili narrativi, che alla fine non è né documentario né film.

Ma anche una vicenda con un pizzico di leggenda?
Vivere In questa storia, come è arrivata a noi, c’è una parte di realtà e un’altra d’immaginazione, come è tipico per la gente di spettacolo nel confrontarsi con la memoria. Ma l’immaginazione è così bella e affascinante che abbiamo preferito farla diventare verità. Del resto ci sono falsi che, a forza di ripeterli, sono diventati più veri del vero. I sotterranei della chiesa di San Bellarmino, per esempio. La leggenda dice che La porta del cielo venne girato in parte nei sotterranei della chiesa di San Bellarmino, dove fu perfino ricostruito un vagone di terza classe. Un’immagine bella e suggestiva. Che però non è vera. A San Bellarmino non esistono sotterranei. Ma grazie al digitale quel vagone diventa vero.

Un mix di finzione e realtà?
Continuo è il gioco tra questi estremi, mettendo in relazione la Roma di ieri e quella d’oggi come quando vediamo sfilare le Brigate nere in via Nazionale e lì nello stesso posto troviamo Marco Paolini oggi. Abbiamo ricreato il clima dell’epoca e affidandoci alle testimonianze di Alberto Sordi e Federico Fellini.

Un cast di due attori, accanto a Toni Bertorelli c’è Marco Paolini. Perché questa scelta?
Quella di Paolini è venuta naturalmente, proprio perché Vivere è in bilico tra racconto e ricostruzione. E’ venuto istintivo pensare alla sua presenza, con lui c’è questa evocazione scenica attraverso le performance di un attore che può diventare e interpretare più ruoli contemporaneamente, oltre che voce narrante.

Alla sceneggiatura ha collaborato lo scrittore Sandro Veronesi?
Abbiamo lavorato insieme, soprattutto si è occupato della stesura del colloquio/scontro tra De Sica e il generale nazista.

E’ stato difficile reperire i materiali di repertorio?
E’ stata laboriosa la scelta, anche perché ho voluto privilegiare volti, momenti di vita quotidiana, attingendo dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico e dall’Istituto Luce. Il bianco e nero dei materiali s’alterna con il colore delle riprese di oggi, solo nel finale ci sono immagini di ieri, quelle dell’ingresso degli Americani a Roma, girate a colori e rielaborate in fase di montaggio; immagini realizzate dagli operatori della pattuglia aereonautica statunitense.

Hai lavorato in digitale?
Abbiamo usato l’Hd, cioè l’alta definizione, l’ultima generazione di telecamere. Il digitale permette di superare le lentezze del set, di concentrasi sulla storia. Il digitale rende liberi. E quindi è stato particolarmente giusto usare questo mezzo per raccontare la storia di un uomo libero.

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