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VENEZIA. Come l’anno scorso il regista Franco Maresco dà forfait alla conferenza stampa, questa volta de Gli uomini di questa città non li conosco (fuori Concorso), ritratto del drammaturgo, poeta, attore e regista teatrale siciliano Franco Scaldati scomparso nel 2013. “Nessun segreto, nessun spirito polemico, è solo una questione caratteriale. Un festival impegnativo come Venezia richiede una disponibilità, una forza psicofisica che non possiedo, saranno l’età e gli impegni di lavoro - spiega Maresco - Attraversare il tappeto rosso sarebbe per me un supplizio. Certo c’è chi pagherebbe per farlo, il narcisismo è ormai patologico in Italia. Diciamo che mi sento inadeguato per questa mondanità, mi sento simile a Scaldati. Alla fine preferisco stare dietro le quinte, a lato”.

Scaldati è il protagonista del suo film con il suo teatro non tradizionale e d’avanguardia, cominciato nella seconda metà degli anni ’70 che ha raccontato il mondo palermitano degli emarginati, degli ultimi con una lingua reinventata. Un teatro che mette in scena una classe sociale che non ha mai avuto rappresentanza sul palcoscenico. Samuel Beckett sembra essere uno dei suoi riferimenti, ma lo stesso Scaldati si smarca affermando che nella sua poetica teatrale “c’è un percorso verso il divino, uno sguardo verso una possibile condizione della vita” e non il nulla.
Per Maresco il suo teatro costituisce uno straordinario esempio di resistenza morale e culturale di fonte alla barbarie che avanza senza tregua.
Il film si compone di immagini di repertorio della vita e della cronaca di Palermo, di spettacoli teatrali, di interviste e letture di Scaldati, di testimonianze di registi, amici e colleghi di teatro (tra i tanti Roberto Andò, Emma Dante, Roberta Torre, Giuseppe Tornatore, Goffredo Fofi, Letizia Battaglia, Elio De Capitani, Mario Martone).
Tra i progetti in cantiere del regista c'è una storia di finzione liberamente ispirata a un fatto reale, quella del figlio di un boss, implicato per errore anche nel maxiprocesso, che voleva fare il regista.

Perché il film s’intitola Gli uomini di questa città non li conosco?
Ho ripreso il titolo di due serate di letture e incontri dedicate a Scaldati che nel 2011 vennero organizzate a Palermo nella sala cinematografica Lubitsch che allora gestivamo io e Ciprì, un titolo che lui stesso scelse prendendolo dalla sua opera “Libro Notturno”. C’è un evidente riferimento al suo rapporto complicato e controverso con la città di Palermo, un rapporto che potremmo definire di odio e amore. Un titolo che racchiude il racconto di due storie che s’incrociano: quella di Scaldati e la sua lingua e le vicende palermitane degli ultimi 40 anni.

Le bellissime immagini in bianco e nero della Palermo sottoproletaria, prima del sacco edilizio degli anni ’60, da dove provengono?
Dal documentario di Robert Young Cortile Cascino, realizzato nel 1961, quartiere demolito nel ’68, un concentrato di miseria e povertà, scene di degrado che rimandano alle periferie del Terzo Mondo. Le immagini a colori di fine anni ’60 e primi anni ’70 sono state invece girate da Gianfranco Mingozzi. E poi ho anche utilizzato filmati amatoriali.

Quando e come ha conosciuto Scaldati?
L’ho incontrato grazie a Umberto Cantone attore e regista di teatro. Nonostante la differenza d’età, 15 anni più vecchio di me, avevamo radici comuni essendo cresciuti in quartieri vicini. E’ stata un’esperienza folgorante conoscerlo per me che allora lavoravo come regista in televisioni e radio private. Sentivo l’urgenza di mettere sotto racconto la Palermo di quel tempo, e Franco mi ha aperto l’orizzonte, da lui è arrivato l’impulso per trovare la mia strada artistica.

E’ tornato alla Mostra di Venezia dove l’anno scorso con Belluscone. Una storia siciliana vinse il Premio speciale della giuria di Orizzonti.
In verità pensavo di non farcela, il film non era ancora finito quando il direttore Barbera mi ha cercato. Nel giro di un mese, con l’angoscia di fare una minchiata, ho completato di corsa il lavoro. Una gran fatica con la consapevolezza che Franco meritasse questo sforzo. Quale altra migliore occasione di Venezia perché fosse conosciuto fuori dai confini siciliani?

Nel film all’uscita del Teatro Biondo di Palermo alla domanda ‘Conosce Scaldati?’, gli intervistati non sanno che rispondere. Sconfortante, no?
Si tratta di abbonati che dovrebbero conoscere un attore che per anni ha frequentato quel teatro. E’ il ritratto di un’Italia, non solo Palermo, che è cambiata, che ha assunto come modello la cultura televisiva, tutto quello che passa in questa vetrina. Una condizione che coinvolge giovani e non.

Nella sequenza finale dei funerali di Scaldati, c’è un affondo nei confronti degli amministratori locali che avrebbero fatto poco e niente per questo drammaturgo.
Scaldati per 40 anni è stato una delle voci più importanti e originali del teatro e della poesia italiani, ma non ha mai avuto uno spazio teatrale tutto suo stabile. Negli ultimi tempi le prove teatrali si tenevano a casa, in un piccolo studio dove s’accalcavano 10/15 persone. Negli anni in cui c’era abbondanza di lire, di finanziamenti alle imprese culturali, Scaldati ha ricevuto solo briciole, il minimo. L’amarezza di Franco era tanta. Ha pagato la scelta di non scendere a compromessi, di non far parte di un partito, di un gruppo che contasse. La sua unica priorità era il teatro.

Nel programma della Mostra la durata de Gli uomini di questa città non li conosco è di 115 minuti, ma in sala è stata proiettata una versione di 86 minuti.
Per rendere il ritmo del film più sostenibile ho preferito tagliare, per esempio, alcune parti di spettacoli teatrali.

Che vita avrà il suo film?
Non credo avrà una distribuzione in sala, ma essendo coprodotto da Rai Cinema, avrà una destinazione televisiva e poi in DVD.

Prevede di fare altro per tenere viva la memoria di Scaldati?
Il 24 febbraio andrà in scena nel ridotto del Teatro Biondo di Palermo con la mia regia “Tre di coppia”, uno spettacolo che riprende le coppie dei testi di Franco.

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