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CANNES - Calico è una delle città fantasma del deserto delle Mojave. Città che "sono state sfruttate tantissimo durante la corsa all’oro, sono cresciute a dismisura nel bel mezzo del nulla, e poi sono state abbandonate una volta esaurite le risorse". A raccontarlo è il regista Valerio Esposito, 33 anni, ex assistente alla regia di Fausto Brizzi, ora a Cannes per presentare il suo primo lungometraggio Calico Skies al Marché. Prodotto dalla Hot Tub Film, è stato girato interamente nel  deserto di Joshua Tree da una troupe italiana - spicca il montatore fresco di David di Donatello Federico Conforti - e vanta un cast internazionale, guidato dal protagonista Tom Sizemore (visto in Salvate il soldato Ryan e presto nella serie Narcos).

Un film completamente girato nel deserto: quali le difficoltà maggiori?

In punta di piedi siamo entrati nel deserto e il deserto ci ha ospitati, messo alla prova e tenuti insieme nonostante le avversità. Era l'ambiente ideale per raccontare la scelta estrema del protagonista, Phoenix, di chiudere con il mondo e andare a vivere da solo nel nulla.

Un uomo che sceglie di isolarsi dal mondo: ritiene che l'asocialità sia un rischio allarmante nel 2016?

Nella società di oggi può addirittura essere considerato un valore, quando significa prendere le distanze, ascoltare se stessi. Quando invece non è voluta certo che è allarmante. E’ una vera e propria maledizione: di questo parla il film.

Come ha scelto il cast?

Ho sempre voluto fare un film con Tom, lo ritengo uno dei migliori attori della sua generazione ed è perfetto per guidare un cast pieno di talenti come Vincent Pastore, star dei Sopranos, Carlito’s Way, e Quei Bravi Ragazzi. O la bravissima attrice belga Charlotte De Bruyne, o ancora l'italiano Luigi Iacuzio che ha recitato nei miei primi lavori e cortometraggi.

Com'è per un italiano lavorare in America?
Quando ci muoviamo noi italiani ci portiamo la primavera addosso, decoriamo l’ambiente circostante con il nostro modo di fare. E’ quello che cerco di fare ogni giorno negli Stati Uniti, dove c’e' più rigore e meno sarcasmo. In Italia le ho provate tutte, ma manca la voglia di rischiare.

Si spieghi meglio...
Tranne sporadici, rarissimi casi, si fanno i film solo quando si hanno tutte le certezze del mondo: budget, idea, previsioni di incassi. Invece non si osa, se non si guarda al di là, non si crea niente.

Chi l’ha sostenuta in questo percorso?
Poche persone. Prima di tutti Cristina Fanti, che ha prodotto con me il film e deciso di puntare su qualcosa quando nulla esisteva, fidandosi. Poi la mia famiglia, il mio migliore amico, i miei attori, il team con cui collaboro da anni: ragazzi italiani che sono dei grandi professionisti. Andrea Castorina e Domenico Dicillo sono gli scenografi di Marco Bellocchio, Federico Conforti è il montatore che ha appena vinto il David di Donatello con Lo chiamavano Jeeg Robot, Alberto Bof lavora per Quincy Jones, Roberto Conforti lavora stabilmente in tv e Alessandra Giacci ha interrotto il suo lavoro su Zoolander2 per venire ad aiutare me in mezzo al deserto. Hanno messo da parte i loro lavori sicuri e le loro vite personali per venire a realizzare qualcosa di ambizioso. Sono gli esempi più belli del mio Paese secondo me.

Il film è al Mercato di Cannes, e poi?
Sono italiano, la maggior parte della mia crew è italiana: mi piacerebbe poter presentare il mio film alla Mostra di Venezia. All’estero abbiamo già avuto un paio di contatti, tra cui Toronto, che pure sarebbe un traguardo altissimo. Siamo in attesa.

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