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VENEZIA - Basilice, Campania: Modesto. Alcamo, Sicilia: Salvatore Fundarò. Pasubio, Trentino: Luigina Speri. Taranto, Puglia: fratelli Galasso. Quattro regioni italiane per quattro personalità umane che tra terra di campo, acqua di mare, albe e tramonti, raccontano il cuore degli ingredienti primari della gastronomia nostrana. I villani è il titolo del documentario, un titolo che in una parola racconta molto, se non tutto il senso del progetto, “e che è stato Andrea Segre a spingermi a scegliere" - spiega Daniele De Michele. "La parola 'villani'  ritornava spesso, i nostri narratori la ripetevano spesso e la ripetevano con la giusta accezione: il villano può sembrare lo scostumato, ‘il brutto, sporco e cattivo’, mentre nell’antica accezione era l’uomo libero, non sottomesso al mezzadro. Ed è geniale perché, nel sentirli parlare, loro sono degli uomini liberi, per cui la contrapposizione dell’idea attuale della parola ‘villano’ è la vera accezione, che esce fuori in tutta la sua contraddizione. Era il titolo perfetto”. 

Per Modesto, la vera soddisfazione è una forma di formaggio: gli dà la forza di andare avanti, perché consapevole di tutte le imprescindibili fasi di lavorazione che comporta, un processo complesso che finché vendeva solo latte non gli permetteva di provare la stessa gioia. Salvatore, invece, s’è subito opposto al diserbante per il suo orto. “Ho tagliato le pompe per buttare il diserbante e le ho buttate: sono stato accusato di atto mafioso dalla mia famiglia, e non me n’è fregato niente”. Ma la terra è femmina, come femmina è Luigina che la smuove, la zappa, l’accarezza, ricordando il papà mezzadro e la sua capacità naturale, istintiva, di irrorare le viti, mentre: “adesso i contadini non osservano più, hanno i tecnici… Tu devi imparare ad osservare e guardi il cambio delle stagioni”. In città Luigina il cambio delle stagioni non lo vedeva più, così ha scelto di vivere a Pasubio, per il bisogno di un ritorno alla natura. Dalle montagne del Trentino ai rame e argento dei colori dell’acqua e del sole che avvolgono la vita di pesca dei fratelli Galasso per cui: “basta si tratti di roba del mare tarantino, roba di fuori non ne mangiamo”. Con loro, in piedi sulla loro barca di legno che nuota e galleggia tra le collane di cozze, che coltivano senza lamentarsi della fatica di un mestiere che, per parole loro, pare essere quasi più gravoso del coltivare la terra. 

Quattro personaggi come quattro moschettieri della natura, del mondo animale, della gastronomia nel suo principio, dalla materia prima, passione e cuore che si ascoltano nelle loro parole, pregne anche delle inflessioni regionali, suono che aggiunge valore all’individuo, e che spesso si legge negli sguardi umidi e sinceri che la camera di De Michele ruba e raccoglie, restituendoli a noi che guardiamo e, infine, forse anche riusciamo ad annusare e assaporare davvero.

“Da un punto di vista personale, artistico, c’era una mia necessità di cambiare - ha detto il regista - Faccio il performer da 15 anni, avevo scritto tanto e poi avevo fatto un lungo viaggio, fatto di tanti incontri connessi alla cucina italiana, però non riuscivo a trovare la forma artistica corretta per sintetizzarlo. Del cinema, che non è il mio mestiere, avevo paura inizialmente, ma sentivo la necessità di trovare un media che fosse capace di trasporre il mio pensiero. Da un punto di vista culturale, il movimento che mi ha portato a realizzare questo lavoro è stato cercare di far capire la corretta analisi che va fatta del cibo, che è la mia competenza primaria. Sapevo che bisognava connettere le forme di ‘resistenza’ dei gusti alla vera nostra grande ricchezza, la cultura popolare del cibo. Fotografare questa cosa attraverso persone comuni, che ‘resistono’ in modo sano ed equilibrato, è diventata la mia battaglia personale. Non si può analizzare la cucina italiana senza le persone comuni”.

Persone comuni che però colpiscono per personalità e vissuto, “dei miti, delle figure mitologiche”, come le ha definite De Michele. “Ho capito che anzitutto mi serviva fare un censimento: agricoltura, pesca, allevamento. Donne e uomini. Giovani e vecchi. Nord e Sud. Una apparente costrizione terrificante, che invece ha avuto un suo senso. Loro in particolare erano nel pieno del ‘conflitto’, ognuno aveva un dramma profondamente intimo: avevano quella cosa che aiuta a far avanzare il film, ovvero il ‘non sappiamo se ce la facciamo a resistere’, a campare della libertà di cui ci alimentiamo”.

I villani “sentivo potesse avere una sua giusta ricompensa, non solo da un punto di vista personale, ma proprio per la portata del discorso. Quando l’abbiamo fatto, sapevamo che doveva essere fatto nel migliore dei modi, l'impegno produttivo s’è rivelato grosso, cosa che abbiamo a quel punto rispettato e portato avanti: Venezia era un’ambizione importante, con l’idea di creare anche un appuntamento che corrispondesse poi al lavoro documentario”. 

Con queste parole, Daniele De Michele, giornalista e attivista del cibo di fama internazionale, che ha impiegato 4/5 anni di ricerca, un anno di scrittura e un anno di riprese e montaggio, alla Villa degli Autori del Lido ha proposto una “cena villana” con un “menù villano”: “Porteremo Totò, uno dei protagonisti, il contadino cantastorie, con sociologi, che disquisiranno di questo strano film tra cinema e discorso sociale, discutendo di qualcosa che può sembrare desueto e invece è in qualche modo ‘avanguardista’.

"La ‘carta’ della cena è stata pensata con un oste piemontese-salentino: il menù villano corrisponde al ‘quinto quarto’, cioè le parti povere della carta" - ha rivelato in anticipo DonPasta, entrando nel dettaglio delle portate. "Risotto al midollo, carne di cavallo salentina con fave e cicoria, baccalà con olive e patate, lingua al bagnetto, mozzarelle. E infine, le Mariette di Casa Artusi, le nonnine che rappresentano la Fondazione Artusi di Forlimpopoli, che faranno dal vivo la vera piadina, con lo strutto”. Conclude DonPasta, che cucinerà tagliatelle con le cozze: un viaggio gastro-animico dentro e fuori lo schermo, tra cinema e palato. 

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