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TORINO. C’è anche il regista Maurizio Zaccaro, nella giornata dedicata a Ermanno Olmi a pochi mesi dalla sua scomparsa, e che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Betta e Fabio Olmi, Giacomo Campiotti, Cecilia Valmarana, Mario Brenta che hanno accompagnato un no stop di proiezioni di opere del grande regista: da Nascita di una formazione partigiana (1973) a Il mestiere delle armi (2001). Zaccaro è stato collaboratore al fianco di Olmi per Lunga vita alla signora! (Leone d’argento a Venezia 1987), Torneranno i prati, e per numerosi documentari come La collina, Gente di montagna, Artigiani veneti, Terra madre e Milano 83. Zaccaro ha appena terminato la post produzione di 35mo parallelo, interpretato da Sergio Castellitto, Valeria D’Obici, Fabio Bussotti e la bambina Linda. Tratto dal libro “Lacrime di sale” di Pietro Bartolo e Lidia Tilotta, il film narra la vicenda di Bartolo, il medico di Lampedusa che ha deciso di vivere in prima persona quella che è stata definita la più grande emergenza umanitaria del nostro tempo. In 35° parallelo la storia di questo eroe s’intreccia con quella di una bambina scappata dalla Siria in fiamme che cerca la sua mamma.

Quando ha incontrato la prima volta Olmi?

L’anno che vinse con L’albero degli zoccoli la Palma d’Oro, 1978, la scuola comunale di cinema di Milano, che all’epoca frequentavo, invitò Attilio Torricelli, un collaboratore sia artistico che tecnico di Olmi. Una figura che ricorre spesso, con le più diverse qualifiche, nei titoli di testa dei film di Olmi. Proprio a Torricelli chiesi se avevano bisogno di due braccia per portare le casse, le macchine da presa e lui mi rispose “Lo chiedono tutti, ora che è stato premiato a Cannes”. Giorni dopo mi arriva una sua telefonata: “Stiamo partendo per realizzare un lungo documentario, Quando è arrivata la televisione, 12 puntate per la RAI, se vuoi venire, ma soldi non ce ne sono”. Ho accettato, mi hanno preso, mi hanno caricato su un furgone Opel, ho fatto il giro d’Italia, nei paesi più sperduti del Sud Italia, ma Olmi non c’era, al suo posto una persona che faceva le veci, un operatore e un organizzatore.

Dunque un grande irraggiungibile per un giovane alle prime armi?

Non direi, perché la collaborazione procede e vado a Volterra, sempre con Torricelli, dove si girava Camminacammina e Olmi l’ho incontrato solo dopo una settimana. A Volterra siamo stati 8 mesi a preparare il film e lì mi sono accorto quanto fosse lontano dalla figura classica del regista che dirige dalla sedia. Al primo incontro l’ho visto martellare come un forsennato della scatole metalliche di pellicola per trarne un bugnato e poi applicarle su grembiuli di cuoio bruciati per ottenere le divise dei pretoriani. Si stava inventando dei costumi per questo film onirico e allegorico sui magi. Un’altra volta mi diede il compito di far bollire delle teste di capra per avere dei teschi da infilare su dei pali. Con lui insomma il lavoro era a 360 gradi, il suo era un cinema fuori dai canoni.

Quale è stata la sua lezione cinematografica?

Quella di non essere mai omologati agli altri, ma cercare sempre l’originalità dell’idea. Olmi ha sempre cambiato film ogni volta, mettendosi quasi nella condizione del regista che realizza l’opera seconda, con i critici molto allertati. Perché non c’è un film uguale all’altro, sono tutte storie diverse, anche se tra Il posto e I fidanzati c’è qualche legame, sono tutte idee e storie sue. Non si limitava poi alla sola regia durante la lavorazione di un film. Ho imparato molto dalle sue sedute di montaggio, il modo in cui accostava suoni, immagini, parole. Se vedi il montaggio di Milano 83 lo trovi sublime, mai vista una cosa così: un documentario di 80 minuti senza parole, dialoghi, interviste, nessuno che parla.

Una volta iniziata la carriera di regista, ha comunque mantenuto sempre una collaborazione particolare con Olmi.

Ero in Bulgaria a girare Il carniere e lui, che in quel momento stava preparando Il mestiere delle armi, mi chiama e mi dice: “Vedi se lì dove sei c’è un fiume che assomiglia al Po, vedi se c’è un punto che può assomigliare a Ostiglia”. Infatti nel film c’è l’immagine delle truppe dei Lanzichenecchi che passano il fiume e la voce fuori campo recita il nome della località, Ostiglia. Perciò la domenica ho girato in macchina le rive del Danubio, gli ho mandato delle foto scattate a Pleven, a due ore da Sofia e lui: “Bisogna che venga a vederlo”. E lì è stato girato Il mestiere delle armi.

Come definirebbe il cinema di Olmi?

 A rischio di essere equivocato dire che è un cinema molto umano, un cinema che non si occupa dei potenti, che parla di quelli come lui. Ermanno è stato un autodidatta, non è stato all’università, né si è laureato, lavorava per la Montedison, faceva dei documentari industriali. Ed è da questa esperienza che deriva quella particolare attenzione al dettaglio di quel che mette in scena. E’ l’occhio più del documentarista che non del regista. Non a caso il suo rapporto con gli attori è molto particolare, spesso nei suoi film non ci sono attori di grande fama, anche se per Camminacammina tentò di avere Vittorio Gassman e per La leggenda del santo bevitore Robert De Niro ma a Parigi il loro incontro artistico sfumò. Dominano allora personaggi autentici, fa recitare attori non professionisti.

Da dove veniva questo metodo di lavoro con attori presi dalla strada?

Un giorno mi raccontò che Rossellini faceva recitare i pescatori nel film Stromboli legando dei fili invisibili all’alluce dei loro piedi e quando sul set iniziavano le riprese, Rossellini tirava queste cordicelle. L’esempio di Rossellini è estremo, Ermanno ne ha colto lo spirito. Non dimentichiamo che Rossellini era un suo grande amico. Ermanno inseriva questi personaggi piano piano, all’inizio su un campo lungo li faceva camminare da un punto all’altro in modo che si sciogliessero davanti alla macchina da presa, poi li faceva avvicinare e così lavorava sui primi piani. Il segreto di Olmi era questo: mettere le persone a proprio agio, prima ancora di dire la battuta. Ovviamente occorreva del tempo, ecco perché le riprese di Ermanno all’inizio duravano tanto. Ne L’albero degli zoccoli c’è questa gente in scena, tutte persone del posto, guidate in questo modo.

Quale film ama della sua intensa carriera artistica?

Ti direi I fidanzati, il primissimo Olmi. Innanzitutto per gli attori, a cominciare da lui, che viene spedito in Sicilia e lascia la fidanzata. Ci sono delle scene strazianti di questo personaggio interpretate da un non professionista come quella del ballo nella balera che è straordinaria con la musichetta suonata al pianoforte, con tutti che stanno seduti ai lati della grande sala rettangolare con le colonne. Il ballo è un tema che ricorre spesso nei suoi film: La leggenda del santo bevitore, Lungo il fiume, Il posto, Un certo giorno.

Ha qualche rimpianto di questa collaborazione?

No, anche se ho provato delusione all’inizio quando avrei dovuto lavorare per La leggenda del santo bevitore, che stavamo preparando. Eravamo andati insieme a vedere Blade Runner e dopo due proiezioni di seguito, all’uscita Ermanno m i disse che doveva cercare Rutger Hauer per affidargli il ruolo da protagonista. In quel periodo avevo scritto una piccola storia, In coda alla coda, nell’ambito di Ipotesi Cinema a Bassano del Grappa e arrivò il finanziamento della Rai nel momento in cui Olmi stava partendo per iniziare le riprese a Parigi. Ero pronto a rinunciare pur di seguirlo ma lui mi fermò: “Tu stai qui a girare il tuo film”. E infatti la scelta fu giusta perché mi cambiò la vita.

Non ritiene che Olmi non sia stato apprezzato fino in fondo nel nostro paese?

E’ una domanda scivolosa, perché è una domanda politica. Dovrebbe rispondere Olmi. Posso dire che in Francia lui era osannato, fa parte di quella categoria di registi che i francesi privilegiano. Forse è accaduto che sia stato osteggiato in Italia. Parecchi critici l’hanno attaccato per L’albero degli zoccoli, persone che poi ho visto parlargli amabilmente. C’è una sua bellissima intervista su I fidanzati dove racconta il suo rapporto con un critico che gli scrisse qualcosa del tipo “Che ne sa Olmi delle fabbriche, lui che non è un operaio”. Olmi si domandò perché questa critica, in fondo un regista deve saper raccontare la vita dell’operaio anche se non lo è. Dietro questa critica c’è un’ombra politica: siccome sono un cattolico che cosa ne so dell’operaio. Ricordiamoci che nel 1979 il candidato italiano per gli Oscar non è L’albero degli zoccoli, nonostante la Palma d’oro a Cannes, ma la commedia I nuovi mostri.

 

 

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