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Esce in sala il 3 dicembre,  in occasione del Centenario della fine della Grande Guerra, il film-evento Il destino degli uomini, terzo capitolo - dopo Fango e Gloria e Noi Eravamo - della trilogia di Leonardo Tiberi che racconta il conflitto tra spettacolari riprese e incredibili immagini d’archivio colorizzate, in un incalzante affresco che fa al contempo storia, memoria e spettacolo.

Prodotto da Baires Produzioni con Istituto Luce Cinecittà, in associazione con Gruppo Banco Desio ai sensi delle norme sul Tax credit, con il sostegno della Regione del Veneto, in collaborazione con la Marina Militare e con il Patrocinio del Ministero della Difesa, vede Andrea Sartoretti nei panni dell’eroe del mare Luigi Rizzo. Ne parliamo con il regista.

Perché ha scelto proprio Rizzo come protagonista di questo terzo capitolo?

Ognuno dei tre per me ha un tema, e questa volta volevo narrare l’attività delle navi della Marina durante il primo conflitto. Non se ne parla mai perché la Prima Guerra Mondiale è concepita come guerra di trincea, la guerra del fango. La Marina ha avuto un ruolo nascosto ma ho scoperto che è stato essenziale per impedire alla flotta asburgica di avere contatti con l’esterno, imprigionandola nell’Adriatico per ben quattro anni.

Con quale strategia?

Parlando con gli storici e sfogliando molti libri ho capito che non lo ha fatto con grosse corazzate ma con piccole imbarcazioni che andavano costantemente a punzecchiare le navi austriache. Erano missioni pericolose e insidiose e Rizzo era dietro a tutto questo.

E di Rizzo in particolare cos’ha scoperto?

Era una persona eccezionale e affascinante. E’ stato un grande militare ma non era assolutamente militarista. Faceva il suo dovere. Veniva da una straordinaria famiglia di naviganti, suo padre aveva un veliero con cui commerciava tra Palermo e New York. Mise suo figlio in acqua giovanissimo, tanto che a 16 anni Luigi rischiò di affogare. La sua famiglia era di tradizione mazziniana e risorgimentale. Poi si trova in Marina che era il regno dei rampolli nobili, tutti con titolo. Fatica a farsi accettare, ma era talmente bravo che immediatamente tutti cominciano a capire che ha i numeri e gli riconoscono esperienza e bravura. Non era autoritario ma autorevole. Il suo capo gli affida subito quello che gli serve per operare durante la Guerra, le sue imprese lo portano a essere una specie di star. Il treno su cui viaggiava si fermava perché le persone volevano incontrarlo.

Cosa accadde poi?

Un colpo di scena. Invece di montarsi la testa, Rizzo disse ‘ho fatto il mio lavoro’ e presentò le dimissioni. Gli offrirono molti lavori: diresse la navigazione in Romania, fece poi l’armatore e il sindacalista ma non era dalla parte dei proprietari, veniva dalla Piccola Borghesia. Oggi lo avremmo definito di centro-sinistra. E tuttavia per senso del dovere o perché lo ritiene utile accetta anche incarichi sotto il fascismo. Durante la Seconda Guerra Mondiale poi si trova ad essere Presidente di tutti i cantieri navali dell’Adriatico e in questo ruolo fa melina con i nazisti. Tergiversa, ritarda i lavori, sabota. Ai tedeschi i cantieri interessavano tantissimo. Così viene imprigionato, se non fosse stato per il suo nome lo avrebbero fucilato all’istante. Nel film c’è una battuta che lo dice esplicitamente. C’è anche un conflitto storico. I tedeschi lo odiano perché lui ha dimostrato che potevano essere battuti. “Ce l’avete con me perché rappresento la vostra sconfitta”.

Una scena valorizzata dalla performance di Sartoretti...

Un attore eccezionale, anche voglioso di scrollarsi di dosso il ruolo che lo ha reso famoso in Romanzo Criminale. Riesce perfettamente a rendere il personaggio di Rizzo, mite e pacato ma anche decisionista e fortemente legato ai suoi valori. Per dire, gli avevano offerto una medaglia che doveva essergli consegnata dal re. Ma lui, ringraziando, non la accettò, dicendo: “io sono repubblicano, per me il re non ci dovrebbe essere”.

Quando si dice il coraggio delle opinioni…

Lo ammiravano tutti. Nel film ho inserito un aneddoto curioso. C’è questo ammiraglio della Gestapo che segue Rizzo per tutto il tempo, lo interroga, alla fine scopre che si è fatto mandare lì apposta. E’ un suo fan e vuole conoscerlo. Vuole stringergli la mano e farsi raccontare come è andata quella notte in cui Rizzo ha distrutto il suo mondo. Rizzo morirà solo e amareggiato. In pochi lo ricordano, purtroppo.

Anche a questo servono i film…

Sì, per me era soprattutto un uomo eccezionale. E’ questo che ho voluto rappresentare, non l’eroe.

Ha visto They Shall not Grow Old di Peter Jackson?

Come no. Potrei scherzosamente dire che mi ha copiato. Mi piacerebbe incontrarlo. Naturalmente il suo budget è diciotto volte più grande del mio, ed è riuscito a costruire una bella trama su immagini di repertorio. Però lo fa in maniera diversa da me. Lui lo fa più a livello di citazione, io faccio proprio lavorare insieme fiction e repertorio. Posso avere un’inquadratura di girato e il controcampo che è di repertorio. Certo tutto dipende anche dallo stato di deterioramento delle pellicole. Se sono troppo rovinate ci puoi fare poco. Jackson ha fatto un lavoro di selezione pazzesco. Nel mio film c’è una scena che amo particolarmente, con D’Annunzio. Ecco, diciamo che se il mio gruppo per recuperare quel materiale si può permettere due giorni Jackson si può permettere due mesi. Però man mano sto affinando la tecnica e scovando nuove gabole per il restauro.

Che metodo usa per lavorare con gli attori e quanto tempo avete avuto a disposizione per le riprese?

Otto giorni. Lo giuro. Tutto il resto è risultato di tante prove ‘a vuoto’, in una stanza, senza macchine da presa. Lavoriamo su tutto, ci passiamo ore. La postura, il corpo, il linguaggio, occhi e sguardi. E’ tutto studiato e calcolato così arrivano sul set prontissimo. Sanno non solo le intonazioni ma addirittura le posizioni da prendere.

Sta già pensando al prossimo progetto?

Mi affascinano gli anni ’50 e ’60, un periodo che ho vissuto direttamente con gli occhi di bambino. Mi piacerebbe calarmi in quel mondo, usando sempre lo stesso linguaggio.

 

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