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TRIESTE - Nell’immaginario collettivo italiano, sicuramente in quello cinefilo, il Rex, leggendario transatlantico orgoglio e vanto della marina italiana, simbolo dell’Italia fascista e campione di velocità nella traversata atlantica, è quello visto da Federico Fellini in Amarcord, una silhouette imponente che rappresenta per il nostro Paese un sogno di grandezza infranto. In pochi, tuttavia, fino ad oggi, si sono soffermati sulla storia di questo prodigioso gigante del mare, varato nel 1931 dai cantieri Ansaldo ed entrato subito nel mito, un mito inossidabile nonostante i soli otto anni di attività. Tanti viaggi tra l’Europa e l’America, migliaia di destini incrociati, il Nastro Azzurro ottenuto nel 1933 con il record di traversata dei due Continenti. E poi un finale doloroso e tragico: l’approdo in disarmo nel porto di Trieste e l’ultimo viaggio a Capodistria, dove l’8 settembre del 1944 finisce sotto una pioggia di bombe della RAF inglese che lo affonda consegnandolo alle profondità degli abissi.

È proprio a Trieste, “dove la storia finisce e ricomincia”, che Maurizio Sciarra ha presentato l’anteprima assoluta del suo documentario Transatlantico Rex – Nave n.296, prodotto da BlueFilm in collaborazione con Ligurian Ports Alliance, Mediateca Regionale Ligure, co-prodotto e distribuito da Istituto Luce-Cinecittà e ora in arrivo in edizione Home Video. Il film racconta la storia del transatlantico più famoso e ricco di leggenda della marina italiana, che giunge dopo più di 80 anni dal suo varo e dai primi viaggi a New York. Con ben 2.022 posti passeggeri, il Rex rivoluzionò il modo di solcare i mari. Fu pensato per permettere ai viaggiatori, ma soprattutto a quei 378 fortunati che viaggiano in prima classe, di fare sport, di divertirsi, di fare vita mondana, di ballare al suono dell’orchestra. Ma il Rex non accoglieva solo viaggiatori di lusso. Nella terza classe alloggiavano i ceti minori, migranti economici in viaggio verso l’America in cerca di migliore fortuna. Maurizio Sciarra raccoglie interviste, testimonianze, materiali d’archivio inediti, affidando a Maurizio Eliseo, il massimo storico della navigazione italiana, il compito di ricostruire gli eventi e di portarci alla scoperta di una leggenda d’acciaio.

Da una due cavalli a un transatlantico, passando attraverso aeroporti e possibili fughe in mare. Sembra che a Maurizio Sciarra stia molto a cuore il tema del viaggio…

È così infatti. Qualcosa che ha origini lontane e che devo ai miei genitori. Abbiamo viaggiato molto quando ero bambino e ritengo che il viaggio rappresenti uno degli aspetti più piacevoli della vita, una scoperta continua. All’inizio c’è quasi la paura di partire, poi subentra la voglia di non ritornare. È un rito di passaggio. Non importa quale sia la meta, ma il tragitto. Può sembrare strano ma non ho mai girato nulla nella mia Puglia. Preferisco scoprire ogni volta un posto nuovo. Anche il mio prossimo film sarà un viaggio. Molto lontano.

Nel suo cinema è molto presente anche la voglia di confrontarsi con il nostro passato storico.

Certamente. Mi piace raccontare storie private che si inseriscono in un contesto storico ben definito e rilevante. In Transatlantico Rex ho un po’ invertito le cose: qui siamo nella Storia, ma con l’intento di tirare fuori delle storie private.

Come mai un film sul transatlantico Rex?

Perché era un’occasione per raccontare il mare. Il mare circonda l’Italia, eppure non lo si racconta abbastanza. Era anche un’occasione per lavorare ancora con materiali d’archivio. Le immagini dell’Istituto Luce sul Rex sono portentose e meritavano di essere viste. Infine perché offriva l’opportunità di raccontare un pezzo d’Italia poco esplorato. Forse messo un po’ da parte come la fine ingloriosa della guerra. In fondo il Rex è una sorta di metafora del nostro Paese. Ha seguito una fase bella e importante dell’Italia, bella ma dolorosissima…

Quanto tempo c’è voluto per realizzarlo?

C’è stato un lungo lavoro di ricerca, ma ciò che ha portato via più tempo è stata la parte produttiva, diciamo un paio d’anni. Tre settimane di ripresa e quasi tre mesi di montaggio.

La parte più impegnativa sembra essere stata quella della ricerca delle testimonianze.

Sì, per la distanza temporale dagli eventi, si rischiava di non riuscire ad avere testimonianze di prima mano. Per fortuna siamo riusciti a convincere Ezio Starnini, oggi 98enne, ascensorista sul Rex quando era poco più che un ragazzino, a concederci un’intervista, anche se all’inizio era refrattario all’idea. Il suo apporto è stato fondamentale in quanto testimone oculare del primo viaggio del transatlantico. Lui è il vero viaggiatore, un ragazzo ligure che a 15 anni, negli anni '30, sceglie di lavorare viaggiando e si imbarca, arrivando a New York. Immaginiamo cosa potesse significare per un ragazzo così giovane partire dalla Liguria e scoprire New York negli anni '30. Un altro mondo. E questo è il mondo del Rex. La prima nave in cui qualcuno ha pensato che viaggiare poteva essere anche piacevole. C’erano le piscine, il ring per la boxe, i teatrini, le orchestre e una stazione termale: le postazioni delle terme di Salsomaggiore per fare inalazioni e persino i primi lettini solari! Un mondo che all’epoca non era neppure immaginabile.

Vorrei soffermarmi sul un finale tragico del Rex. Anche questo rappresenta una metafora del Paese? Come si dice nel film, quasi una punizione esemplare per l’Italia…

Sicuramente. Il Rex è stato un simbolo, nel bene e nel male. La cantieristica italiana, che all’epoca era già importante, col Rex raggiunse le massime vette. La cantieristica italiana, da Trieste a Genova, a differenza di altri concorrenti internazionali molto più rozzi, è sempre stata un vanto nazionale. Un vanto nazionale non valorizzato. Anche oggi, in un momento in cui le grandi opere stentano a decollare. Un’eccellenza che avrebbe bisogno di un importante sostegno statale che invece non c’è. Un’altra metafora di un paese che non sa valorizzarsi e che blocca il rinnovamento, l’innovazione tecnologica. Il finale del Rex, se vogliamo essere romantici, è la giusta conclusione di un mito. Qualcosa che ha a che fare con il finale del mio precedente film su Fausto Coppi, una fine dolorosa, tragica ma che ha preservato un mito. Ma quello fu un atto dei vincitori sui vinti. Con tutta la presenza simbolica, con tutta la dose di cattiveria gratuita, come ammettono gli stessi vincitori.

Maurizio Sciarra, lei è un uomo di cinema diviso tra espressione artistica e istituzione. Cineasta di lungo corso ma anche presidente di Apulia Film Commission e già consigliere di amministrazione dell’Istituto Luce. Come gestisce queste due anime?

Ho sempre pensato che il regista non si può astrarre dal mondo in cui vive e lavora. E che un’attenzione al mondo produttivo che sta dietro ai film aiuti a fare cinema in maniera più ponderata. Per come sono fatto io, non posso stare a guardare ciò che succede. Da quando ho realizzato il mio primo film, mi trovo a intervenire sulla legislazione del cinema, e questo per le difficoltà che io e altri cineasti della mia generazione incontriamo nel fare film. La considero la forma più bella di politica che possa esistere perché legata allo sviluppo di un settore che mi sta a cuore. L’esperienza all’Istituto Luce è stato il primo esperimento, ero parte del CdA e come Consiglio volevamo imprimere una certa forma di gestione. I risultati non sono merito nostro, ma abbiamo avviato una strada. Lo stesso vale per la Film Commission. Ho portato la mia esperienza personale e i miei contatti nazionali e internazionali a frutto di una istituzione che per definizione è regionale ma che tale non può rimanere perché il cinema e l’audiovisivo sono parte del mercato globale.

Prima accennava a un nuovo progetto, nuovamente legato al tema del viaggio. Dove la porterà il prossimo film?

In Cina. È un progetto che sto mettendo in piedi da tempo, uno dei primi film in coproduzione con la Cina che spero di realizzare in autunno. Stavolta sarà un viaggio a piedi. Ambientato nel 1905, la storia di un fotografo italiano e di una giovane donna cinese che scappa da un matrimonio combinato. Si torna alla fiction.

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