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Un po' si perde, nella traduzione, il gioco di parole The Sisters Brothers, ma lo recupera lo slogan "Sisters di cognome, fratelli di sangue". Stiamo parlando del nuovo film di Jacques Audiard, I fratelli Sisters, western atipico, che rilegge i codici del genere e affronta le fragilità dei personaggi maschili, oltre il machismo e attraverso il tema della fratellanza in senso lato con le sue derive anche utopistiche. In uscita il 2 maggio con Universal, ha vinto il Leone d’argento per la regia alla scorsa Mostra di Venezia e 4 César (regia, sonoro, scenografia e fotografia). Tratto dal romanzo del canadese Patrick DeWitt Arrivano i Sisters ha come protagonisti John C. Reilly e Joaquin Phoenix, affiancati da Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed e Rutger Hauer in una piccola partecipazione.

Reilly - che ha fortemente voluto questo progetto di cui è anche produttore insieme alla moglie, ai fratelli Dardenne e al regista romeno Cristian Mungiu - si è ritagliato il ruolo di un killer dal cuore tenero che viaggia con la sciarpa che gli ha donato la sua promessa sposa e si entusiasma per uno dei primi spazzolini da denti in circolazione nel selvaggio West del 1850. Lavora in coppia con il fratello Charlie (Phoenix), più duro e sanguinario di lui. I due Sisters stanno alle costole di un cercatore d'oro (Riz Ahmed) che è pedinato anche da un investigatore privato (Jake Gyllenhall).  

"Mi piacciono i western anni ’70 ma non mi considero un appassionato del genere - spiega Audiard, Palma d'oro a Cannes 2015 con Dheepan - Qui manca quella mitologia, quello che ci interessava davvero era il discorso sulla violenza dei padri fondatori, oltre naturalmente alla componente del romanzo di formazione. Questo film parla d’amore, anche se non è quello tra un uomo e una donna, ma tra due fratelli”. Il 66enne Audiard è a Roma, in occasione del Festival Rendez-Vous.

Com'è arrivato a questo progetto, il suo primo in lingua inglese?

E' stato John C Reilly, che ho incontrato al Festival di Toronto, a propormi l'adattamento del romanzo. Se avessi scoperto Il libro da solo, l'avrei adorato, ma difficilmente mi sarebbe venuto in mente di poterne fare un film. John invece voleva assolutamente recitare questo personaggio e ha pensato a me.

Perché Reilly era tanto interessato a questo libro?

John ha una grande carriera comica e drammatica ma sempre come attore non protagonista e caratterista, è stato così anche quando ha lavorato con Paul Thomas Anderson. Il sistema americano è duro e claustrofobico e si resta ancorati per sempre a una certa categoria. Cambiare è quasi impossibile, per questo, credo, ha fatto appello a un regista straniero

Quanto è stato fedele o infedele al libro?

Nel romanzo c’era già questa ironia verso il western, la descrizione della vita intima dei cowboy, i dettagli sull’igiene personale, l'uso del dentifricio, la masturbazione... no quella è una cosa che ho aggiunto io.

E' vero che il western in sé le interessa poco?

Sono francese e non ho un rapporto con la mitologia del West, anche le riletture del western dell'ultimo decennio non mi hanno particolarmente affascinato. Mi sono avvicinato a questa storia in modo indiretto. L'ho vista come un romanzo di iniziazione, la storia di due adulti che sono come bambini di 12 anni, litigano, si fanno gli scherzi, fanno i peti come se fossero in campeggio. Leggere la loro storia è come sfogliare le pagine di una fiaba illustrata. Non ci sono personaggi femminili perché loro sono in fase puberale e le donne arrivano solo dopo, quando i problemi esistenziali sono risolti.

Come ha lavorato sul paesaggio western?

Ho girato in Spagna e in Romania, ma non sono un giardiniere, mi interessano i personaggi più che i paesaggi.

Come nei suoi film precedenti, specie Il profeta, anche qui si trovano dei padri tiranni.

La violenza è una delle componenti del western, che analizza il venire a patti con la brutalità degli uomini, dei padri fondatori. Nel film di John Ford L’uomo che uccise Liberty Valance si parla proprio di questi temi, della fine di questo sistema basato sulla violenza. A me interessa molto la questione dell’eredità, di ciò che facciamo con il mondo che ci è stato trasmesso. 

Lei intrattiene un rapporto costante e intenso con la letteratura.

Mio padre era sceneggiatore e regista e qui c'è un’eredità familiare che conta molto. Ricordo bene i suoi consigli di lettura, mentre non ricordo alcuna raccomandazione sui film da vedere. Io sono stato montatore, sceneggiatore e poi regista, ma come sceneggiatore mi concentro sulle situazioni piuttosto che sui dialoghi. Forse in questo traspare la lotta con mio padre.

Cosa le consigliava di leggere?

Tante cose. Mi viene subito in mente Proust perché non faccio che leggerlo e rileggerlo, non ne sono ancora uscito. Avrei voluto ampliare i miei orizzonti letterari, ma ho appena ripreso in mano All’ombra delle fanciulle in fiore.

Girare in inglese ha apportato dei cambiamenti al suo linguaggio?

I miei ultimi due film sono stati girati in una lingua che non è la mia: Dheepan in tamil e questo in inglese. Forse voglio distanziarmi da una lingua che penso di conoscere per creare un altro rapporto con gli attori e cambiare ciò che mi aspetto dalla recitazione. E' come se avessi spontaneamente lasciato un approccio più intellettuale per qualcosa di musicale.

Parlando di western rivisitato è impossibile non pensare a Sergio Leone. Che rapporto ha con lui?

Lo ammiro più che amarlo. Riconosco nei suoi western una audacia formale unica e un pensiero sintetico che suscita profonda emozione. Amo meno film come C’era una volta in America rispetto ai suoi western. E' un cineasta di cui non si è ancora esaurita l’eredità, ne siamo ancora influenzati. Non sono in grado di ricordare cosa raccontano i suoi film, ma le immagini sono impresse in me, così come l'uso della musica e dei suoni. Il suo modo di creare è magistrale. Mi sarebbe piaciuto parlare con lui e fargli qualche domanda.

Come ha lavorato sull’immaginario del western?

Con lo sceneggiatore Thomas Bidegain abbiamo scritto e riscritto il film varie volte. A un certo punto era tutto in notturna, in bianco e nero, e i personaggi erano come vampiri che attraversavano lo schermo. Pensavamo di spingere alle estreme conseguenze la stilizzazione. Sapevo che dovevano esserci alcune cose: un ragno che entra nella bocca aperta di un uomo di notte, lo spazzolino da denti, la lotta tra i due fratelli. L’unica forma che poteva contenere tutti questi elementi era l’immaginario fiabesco. Alla fine abbiamo deciso di farlo a colori ma con colori desaturati, come i disegni di un libro per bambini.

Lei ha fatto tutti i suoi film con il grande musicista Alexandre Desplat.

Sì, abbiamo mosso insieme i primi passi nel cinema, trent’anni fa. Ha un talento singolare ed è un grande amico. Ci sono stati grandi cambiamenti nella nostra collaborazione. All'inizio mi dava delle campionature da usare sul set, ora aspetta di avere delle immagini per lavorare. Normalmente uso sia le sue musiche originali sia la source music, per dare un’idea dello scorrere del tempo, mentre la sua musica mi consente di disegnare le situazioni e i personaggi.

 

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