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ROMA - Uscirà il 23 maggio, giorno dell'anniversario della strage di Capaci, Il traditore, unico titolo italiano (almeno per il momento) in concorso a Cannes. L'ultima volta di Marco Bellocchio sulla Croisette risale al 2016, quando portò alla Quinzaine des Réalisateurs Fai bei sogni, mentre 10 anni fa aveva gareggiato per la Palma d'Oro con Vincere. Sull'onda dell'annuncio di Frémaux, che ha messo il regista insieme a colleghi come Malick, Loach, Almodovar e i fratelli Dardenne, Bellocchio ha risposto ad alcune domande dei cronisti su un film che sembra battere territori diversi - e in modo diverso - dai suoi precedenti. 
Il traditore è una produzione IBC movie, Kavac Film con Rai Cinema, in coproduzione con Ad Vitam Production (Francia), Match Factory Productions (Germania) e Gullane (Brasile) e sarà distribuito da 01.

Che effetto le fa tornare in gara a Cannes?
Si è sempre in compagnia di grandi maestri, poi spesso vincono dei piccoli film, ma è giusto così. L'esperienza conta per affrontare il concorso, ma non per avere un distacco totale: sono molto contento di partecipare e vado avanti serenamente.

Che tipo di film sarà?
Mi ricorda un pochino Buongiorno, notte, ma dall'esterno. A differenza di quel film non tiene conto di un campo ravvicinato dove spesso io ho cercato la dimensione psicologica e patologica. Per me questo film è davvero misterioso: è apparentemente personalissimo ma anche molto oggettivo, su una materia che ho imparato a conoscere facendo un'indagine. Niente di ciò che accade nel film è accaduto nella mia vita.

Come si è svolta l'indagine?
Abbiamo parlato con i protagonisti di queste vicende, giornalisti e grandi personaggi delle istituzioni. Abbiamo interpellato coloro che avevano vissuto direttamente le cose raccontate nel film. Poi abbiamo avuto la fortuna di girare nell'aula bunker, lì ci sono state molte sorprese.

Il film è parlato in dialetto siciliano.
Lo considero un elemento molto importante del film. Spesso si fa una caricatura di questa lingua, che invece è meravigliosa, estremamente espressiva, ricca, sorprendente.

Tempo fa, per descrivere il film, aveva detto la frase “Tradire non è sempre un'infamia, può essere una scelta eroica”.
Il discorso è più complesso. Recentemente ho letto Giuda di Oz, che affronta quel personaggio secondo una duplicità, o triplicità, difendendone il tradimento. Qui Buscetta è un personaggio estremamente complesso, non c'è né altarino, né condanna. La sfida è esattamente questa.

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