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A poco meno di un anno dalla sua nomina, 1° giugno 2018, qual è il bilancio del suo operato? In che situazione ha trovato il MiBAC e quali criticità ha affrontato e risolto?

Il primo problema che ho dovuto affrontare è la drammatica carenza di organico. Il blocco del turnover è stato deleterio per questa amministrazione. Oggi ci troviamo con una pianta organica assolutamente sottodimensionata. Per capirci: ci sono molte strutture, musei, archivi, biblioteche, che rischiano di chiudere per mancanza di personale. E molte strutture fanno miracoli per garantire il normale funzionamento della sede periferica dove operano. L’ho già detto altre volte: queste persone le ringrazio una a una. Questa, dunque, è stata la prima cosa a cui ho dovuto mettere mano. Nel triennio assumeremo 3.600 unità. Le prime 1.000 sono state messe a bando, per altre adotteremo il sistema dello scorrimento di graduatorie di vecchi concorsi di idonei. Sto lavorando affinché nei prossimi due anni possano essere messi a bando almeno altri 2.000 posti. Su questo c’è già un accordo con Funzione Pubblica. E vorrei chiudere con altre 3.000 unità la legislatura. Credo che si tratti del minimo indispensabile per consentire il funzionamento del ministero. Ho trovato altre criticità. Mi è servito poco per capire che alcune cose della riforma del mio predecessore non stavano funzionando. Stiamo mettendo a punto, grazie anche a un percorso condiviso e partecipato di tutti i soggetti che in qualche modo sono legati alla cultura in questo Paese, una sorta di tagliando di quella riforma, modificando alcuni settori che non stavano funzionando.

Il cosiddetto ‘Decreto Bonisoli’ ha messo ordine al sistema delle finestre, guadagnandosi il plauso delle categorie, tuttavia l’ingresso delle piattaforme (Netflix, Amazon) nel sistema distributivo italiano, come nel resto del mondo, sta modificando gli scenari. Ritiene che sarà necessario un ulteriore intervento in tal senso? 

Il plauso è arrivato perché come metodo di lavoro ho scelto quello di confrontarmi con gli esperti del settore. Li ho incontrati, li ho ascoltati e ho provato a trovare una sintesi che mi pare sia stata apprezzata. Per me resta centrale la sala cinematografica perché lì il prodotto viene fruito in maniera esemplare. L’ingresso di nuovi soggetti è già una realtà. Un primo passo lo abbiamo fatto consentendo al 70% delle produzioni di arrivare prima su piattaforme diverse dalla sala. Uno dei motivi per cui abbiamo investito in questo provvedimento è stato la lotta alla pirateria che, ovviamente, non si ferma a questo. Se sarà necessario, sicuramente ci saranno altri interventi. Ovviamente mi aspetto anche altre sollecitazioni dai soggetti che si occupano di audiovisivo.

Il rilancio degli studi di Cinecittà, intrapreso con la ripubblicizzazione del sito, ha già portato un ritorno di importanti produzioni internazionali, tra cui The New Pope e Il nome della rosa. Cosa ritiene necessario per incrementare l’internazionalizzazione di questa location come in generale dell’industria italiana? In che direzione si sta muovendo il ministero?

Abbiamo già stanziato 3,2 milioni di euro per la riacquisizione di Cinecittà. Ho visitato gli Studi a luglio scorso e mi sono reso conto delle enormi potenzialità di questa struttura. Stiamo programmando una serie di investimenti sia per la rimessa a posto dei teatri di posa, sia per la costruzione, attraverso fondi Cipe, di 2 nuovi altri teatri di grandi dimensioni, da affiancare all’unico già esistente. Senza di questo non possiamo attrarre produzioni di un certo tipo, che invece abbiamo tutto l’interesse che vengano.

L’emorragia di spettatori dalle sale cinematografiche sembra purtroppo difficile da arrestare. Ritiene che un’iniziativa come CinemaDays – con il biglietto portato ora da 2 a 3 euro - abbia contribuito a fermare questa tendenza? Quali altre misure si possono ipotizzare o sono allo studio per ribadire la centralità della sala rispetto ad altri modelli di fruizione, che i giovani sembrano prediligere?

Ribadisco che per me il ruolo della sala è centrale. Per questo motivo abbiamo sperimentato per 4 giorni, ad aprile, CinemaDays ma quello che ritengo importante è allargare l’arco temporale per convincere le persone ad andare al cinema. Oggi i film escono in prima visione tutti nello stesso periodo. Noi vogliamo allargare questo arco. Abbiamo già preso accordi con alcune majors affinché una decina di film escano in estate. Abbiamo anche stanziato un po’ di soldi su questo progetto e altri li abbiamo investiti per la ristrutturazione delle sale, affinché andare al cinema diventi ovunque un piacere.

L’alfabetizzazione all’audiovisivo è strategica nella formazione dei nuovi spettatori. Come vi state muovendo in questo senso? Prosegue la collaborazione con il Miur?

Esiste un protocollo d’intesa tra MiBAC e Miur firmato un anno fa e che ha una valenza triennale. Abbiamo tutto l’interesse a continuare la collaborazione con il ministero dell’Istruzione ma è presto per poter sapere se abbia funzionato o se ci siano criticità. Se ce ne sono proveremo a correggerle. Ovviamente anche i risultati di questo investimento si vedranno solo tra qualche anno, quando sapremo se l’alfabetizzazione ha funzionato. Lo scopriremo da alcuni fattori come l’aumento dei giovani ai botteghini.

Alla scorsa Mostra di Venezia aveva sottolineato la forza e vitalità del cinema italiano contemporaneo: conferma questa diagnosi sullo stato di salute della nostra produzione?

La confermo e credo che, attraverso meccanismi come la tax credit che, detto per inciso, non abbiamo alcuna intenzione di abrogare, possa ancora crescere. Del resto, parlano gli incassi ai botteghini per noi. A volte qualche grande kolossal americano ruba un po’ la scena, ma il nostro cinema ha una dimensione e, soprattutto, una tradizione, per così dire, ‘diversa’.

 

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