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CANNES - Jonas Carpignano si appresta in queste ore a debuttare nel ruolo di giurato della Semaine de la critique, sezione cannese che lo ha visto esordire nel 2014 e a cui lui, per questo, sente di appartenere, come fosse parte di una famiglia. Subito dopo l'impegno in giuria, Carpignano - come ci ha raccontato - sarà completamente dedicato alla costruzione di Chiara, il suo prossimo lungometraggio. 

 Jonas, torna da dove tutto era iniziato con A Ciambra cortometraggio del 2014 che ha poi dato vita al lungometraggio del 2017, e Mediterranea (2015): il suo esordio a Cannes è stato proprio nella sezione di cui adesso è giurato, la Semaine de la critique. Come approccia a questo ruolo, anche alla luce della parabola ascendente degli ultimi 5 anni?

Sì, un ricordo bellissimo la mia prima esperienza cannese, con il cortometraggio di A Ciambra. Da un lato, adesso, penso a questa esperienza strettamente come giurato, dall’altro mi sento ufficialmente appartenere a questa ‘famiglia della Semaine’, mi sento nato qui, dunque per me è un onore tornare in questo ruolo, perché vuol dire che ‘sono cresciuto’ dentro questa famiglia: il ‘battesimo’ è stato A Ciambra, il corto, questo ruolo da giurato potrebbe essere… la cresima! È un passo ulteriore, mi sento a mio agio in questa sezione, con le persone che da sempre ne fanno parte.

Una giuria dopo l’altra: qualche mese fa Berlino, adesso Cannes. Il cinema internazionale la considera un autore luminoso dell’ultima generazione, ma il suo essere giovane non sta limitando la sua credibilità presso contesti di così grande peso internazionale. Come interpreta questa ‘fiducia’ nei suoi confronti, come persona, come autore, come uomo di cinema? È una fiducia solo personale o potrebbe essere letta, attraverso lei come simbolo, anche come un’apertura alla nuova generazione di cineasti?

 Mi sento affidata una responsabilità. Ho certamente una connessione diretta con la nuova generazione di autori che sta nascendo, può darsi che io sia stato scelto anche per questo motivo. Dall’altro lato, chi mi conosce, sa che ho una forte passione per il cinema, non amo solo ‘farlo’ o ‘frequentarlo’: anche quando c’è un mio film ad un festival, io comunque guardo almeno altri tre o quattro film al giorno. Chi mi chiama, dunque, penso lo faccia consapevole che, oltre a farmi piacere, io sia a mio agio nel dialogare e dibattere di cinema. Chi mi sceglie, anche per questo compito di giurato, sa che ci metterò tutto me stesso e tutta la mia passione.

Ripensando a Berlino e approcciando adesso Cannes, avverte similitudini, differenze, si sta rendendo conto di affrontare nella stessa maniera o in maniera differente questo ‘stesso ruolo’, considerando anche di avere a che fare con un gruppo di lavoro diverso, un presidente diverso, qui il cineasta colombiano Ciro Guerra?

La visione dei film con la giuria ancora non è ufficialmente iniziata, ma ‘giudicare’, anzi preferisco dire ‘guardare’, soprattutto le opere prime, mi fa impazzire, perché quello è il momento in cui tutto è possibile: da un lato possono esserci degli errori nell’esordio, ma altrettanto c’è di certo un coraggio pazzesco da parte degli autori, una cosa che mi tocca moltissimo. Quando 'sento' il regista che dice: ‘lo faccio, perché so che non si può fare’, mi fa proprio impazzire! Ciro, per fortuna, lo conosco, e lo stimo moltissimo, lo considero il nostro timoniere, se siamo nelle sue mani mi sento sicuro: io sono piuttosto timido, almeno all’inizio, e questo può darsi che i primi giorni mi accompagni un po' nel lavoro. La giornata del giurato consiste nello svegliarsi al mattino e sapere di guardare film, tutti insieme. Qui ci sono meno opere che a Berlino, dove sei impegnato a guardare 5/6 film al giorno, che da un lato forse è più semplice perché fa emergere quello che più ti colpisce: moltissimo, là, mi ha toccato il cinese An elephant sitting still, a cui ancora penso; siamo riusciti a dargli una menzione speciale, per me uno dei momenti più importanti come giurato, perché ho lottato tantissimo per il film e, se sarà necessario, sarò combattivo anche qui, ma mi trovo molto d’accordo con il resto dei giurati, credo che abbiamo una visione similare, anche se reputo sia bella la discussione, il dialogo continuo.

Ricordandosi nel ruolo di regista e ritrovandosi adesso in quello di giurato della medesima sezione, da quali emozioni e da quali riflessioni, che viveva nel 2015 dell’altra parte della barricata, attingerà per guardare e ‘giudicare’ i film che viene chiamato a discutere e mettere a confronto? E, alla luce anche di questo, cosa spera di vedere e/o di scoprire?

Aspetto le sorprese. Se una cosa è troppo attesa mi colpisce un po' meno, non perché non abbia valore ma perché un po' più svelata. Per fortuna però so che la Semaine cerca di evitare questa modalità, piuttosto propone sorprese e film innovativi, si cerca soprattutto questo. Si cerca qualcosa che non si sia ancora visto, si cerca il coraggio che magari più difficilmente si trova in un’altra sezione.

La sua cultura mista, italiana e afroamericana, quindi anche le differenti visioni del sistema cinema, come la influenzano nel ruolo di giurato?

Esattamente non saprei dire, di certo io porto me, in quanto persona. Questo accade sempre quando entro in qualunque sala a guardare un film. C’è una rapporto tra Jonas Carpignano e quello che scorre sullo schermo. Detto questo, cerco di non giudicare con parametri connessi alle mie culture di origine: se una cosa mi emoziona seguo quel filo. Io mi innamoro spesso dei personaggi, mi commuove avvertire la connessione tra l’attore che accetta di portare il personaggio in scena e la personalità di quest’ultimo, il legame tra un soggetto e chi lo sta sostenendo sullo schermo.

Il produttore di A Ciambra è stato Martin Scorsese: c’è qualche suo insegnamento, suggerimento, o qualche confronto che ha avuto con lui espressamente in merito a queste esperienze di giurato, che porta con sé e usa come strumento per praticare meglio il ruolo?

Purtroppo del ruolo di giurato non abbiamo mai avuto occasione di parlare, in effetti. Quando ci incontriamo parliamo di cinema, e molto della vita: la sua famiglia è originaria di un piccolo paese vicino Palermo, dove io vivo, e la sua prima domanda è sempre: ‘come sta la mia città?’. Parlare con lui di cinema per me è una specie di prova per quando poi ne debbo parlare con altre persone che di certo sanno molto, e più di me, del cinema. Parlare con lui, anche rispetto alla mia timidezza, è un modo per acquisire esperienza.

C’è ancora, per fortuna e purtroppo, grande dibattito sulla parità di genere, sulla rappresentanza delle donne, anche in ambito cinematografico: Cannes l’anno scorso ha abbracciato espressamente il tema e anche quest’anno ha rinnovato la filosofia, pur ribadendo che il valore e la selezione di un’opera vadano al di là del sesso dell’autore. Qual è il suo punto di vista sulla questione?

I miei genitori mi hanno cresciuto con una visione del mondo in cui non c’è differenza, anche se so che questo purtroppo non appartiene fino in fondo al mondo reale, che si confronta molto con questo tema. Sono cresciuto guardando Claire Denis, forse la mia regista preferita, e spesso preferrsco le opere dirette da donne, la lista sarebbe lunghissima. Credo sia importante raggiungere l’obiettivo della parità 50-50, io però non credo che le donne abbiano bisogno di una mano in più, sono capaci di arrivare da sole: forse c’è da mettere a disposizione più opportunità di fare film, questo sì. Non credo sia una questione di mancanza di talento o mancanza di opportunità, per le donne: sarebbe irrispettoso, pensando alle grandissime registe che ci sono, scegliere un loro film solo perché 'di una donna'. Alice Rohrwacher credo sia adesso la più importante regista italiana, e ‘arriva’ perché bravissima, senza dover invidiare niente a nessun uomo. Mi dispiacerebbe sentir dire che una regista ha avuto merito e successo ‘perché è donna’.

Guardando alla prima metà dell’anno, lei – pubblicamente - frequenta il cinema nel ruolo di giurato di grandi kermesse: nel ruolo di autore, di sceneggiatore e di visionario, sta accadendo qualcosa di nuovo o dipende dal successo che ha avuto il lungometraggio A Ciambra arrivato al David di Donatello?

Sono stato intercettato nel momento giusto: ho finito la prima stesura di Chiara, il mio prossimo film, ambientato sempre a Gioia Tauro. Una parte di finanziamento dal MiBAC l’abbiamo già ricevuta e dal momento in cui rientro da qui, fino a febbraio, sarò completamente immerso nel film: questa è stata ‘l’ultima occasione’ per partecipare ad un aspetto del cinema che è un po' fuori dal mio binario di lavoro più specifico. Il mio mestiere è sì quello di girare, ma soprattutto di passare tanto tempo con i personaggi, e in questi ultimi 4/5 anni sono rimasto molto vicino a Chiara, che ha 15 anni ed è esordiente, e alla sua famiglia: è un film ispirato alla sua storia, gireremo con lei, i suoi genitori e le sue sorelle, nella loro casa, ma il set sarà verso il prossimo autunno, prima è fondamentale il lungo percorso di approfondimento di loro come personaggi, cerco le sfumature che mi piace portare sullo schermo. Ogni battuta, in ogni mio film, è sempre qualcosa che il mio personaggio ‘ha detto’ nel passato, mi piace sempre seguire questa linea di costruzione per i miei personaggi; nella sceneggiatura attuale si sente ancora un po' ‘la mia voce’, ma conto, nei prossimi mesi, non ci sia più. Non è una commedia, anche se in qualche momento sì: questo film sarà un bel mélange.

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