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CANNES. C'è un mix quasi inestricabile tra realtà e finzione in Tommaso, il film che Abel Ferrara ha girato a Roma, a Piazza Vittorio, in quello che ormai è il suo quartiere, e che ha portato fuori concorso a Cannes. Fanno parte di questo mix anche i suoi protagonisti: Willem Dafoe, suo sodale da lungo tempo, dentro e fuori dal set, sua moglie Cristina Chiriac e sua figlia Anna, di cinque anni. A Dafoe - che è già stato il suo Pasolini (e non solo) è presto sarà di nuovo suo protagonista in Siberia - Ferrara ha affidato proprio il ruolo del suo alter ego, artista americano che si divide tra lezioni (prese) di italiano e lezioni (date) di recitazione, tormenti sentimentali ed esistenziali, con la fatica di disintossicarsi e trovare il suo equilibrio.

Dafoe, ha dovuto mettersi nei panni del suo regista e amico. Come è andata?

Come è evidente, in Tommaso ci sono molti elementi personali, ma ci sono anche tante cose inventate. Abbiamo seguito poco la sceneggiatura e ci siamo affidati molto all’improvvisazione, il che ci veniva naturale, dato che le vicende che mettevamo in scena corrispondevano alla familiarità che c'è tra noi.

Viste le sovrapposizioni con le vostre vite, Tommaso ha avuto per lei l'effetto di una autoanalisi?

No. Fare film è una parte importante della nostra vita, riflette ciò che siamo, ma questo film non è terapia, è vita. È inevitabile che in ogni lavoro finisca una parte di ciò che siamo in quel momento, che si tratti di un film hollywoodiano o un progetto indipendente.

Lei vive buona parte dell'anno a Roma: come reagisce al caos di questa città?

Non è Roma a essere caotica, ma la vita. Generalizzando posso dire che, essendo una persona cresciuta nel midwest degli Stati Uniti e che poi ha vissuto a New York, mi piace il modo cui gli italiani si relazionano al caos, lo trovo sano.

In Tommaso è protagonista di una scena di crocifissione, qualcosa che ha già vissuto...

Sì, ma ha una risonanza totalmente diversa rispetto a quella del film di Scorsese. È stata girata alla stazione Termini, dove le persone arrivavano e, partecipando, offrivano un contesto nuovo. Mentre mi sistemavo sulla croce non pensavo a Gesù.

Tornando a Roma, che opinione ha del quartiere del film?

Piazza Vittorio è bella, è un’area in cui si confondono molte cose, i turisti ci sono ma non è solo il loro territorio, non è un luogo per gli affari ma per la vita di tutti i giorni. Lì ho incontrato mia moglie.

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